di Giuliano Longo (*)
Putin ha iniziato l’anno spargendo fiducia sulla possibilità di chiudere militarmente la sua guerra in Ucraina nonostante i lenti progressi del suo esercito sui campi di battaglia.
Ottimismo che Zelensky ha cercato di raffreddare ieri con una salva di missili anglo francesi sulla città russa di Bryansk a 120 chilometri dal confine Ucraino, provocando 6 morti e 37 feriti, ma soprattutto innescando una polemica sulle effettive capacità della difesa aerea russa, mentre i media invocano una rappresaglia esemplare, che probabilmente non mancherà.
All’inizio di gennaio Putin aveva dovuto ingoiare il colpo dell’alleato Maduro e la sostanziale resa del Venezuela al diktat del presidente americano, e quando la guerra è scoppiata nel Golfo è apparso perdente con la eliminazione di parte dei vertici religiosi e militari iraniani e della Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, un altro alleato di lunga data della Russia vincolata da un recente patto strategico non militare con l’Iran.
Khamenei è stato solo l’ultimo amico del Cremlino a cadere dopo Maduro e Bashar al-Assad in Siria, ma nonostante questa “decimazione” dei suoi alleati, Putin sembra avere gli occhi puntati sul suo obiettivo principale: l’Ucraina.
Lunedì, il leader del Cremlino ha parlato telefonicamente con Trump, la prima chiamata da dicembre. Secondo quanto riportato dal collaboratore del presidente russo, Yury Ushakov, la conversazione, durata un’ora, ha affrontato il tema della guerra tra Stati Uniti e Israele e l’Iran, in colloqui che Ushakov ha definito “molto sostanziali”.
Ma ha toccato anche la questione ucraina sulla quale per Ushakov Putin “ha ribadito il suo interesse a vedere il conflitto in Ucraina concludersi il più rapidamente possibile con un cessate il fuoco per raggiungere una soluzione a lungo termine”.
Con una interpretazione leggermente diversa da parte di Donald il quale ha affermato che il leader del Cremlino “vuole essere utile” in Medio Oriente, ma ha aggiunto: ” (Gli) ho detto: ‘Potresti essere più utile se concludessi la guerra tra Ucraina e Russia’. Sarebbe più utile” in sostanza una conversazione amichevole a detta di molti commentatori.
Ufficialmente, la Russia ha condannato la campagna militare USA-Israele. Putin ha espresso le sue condoglianza per quello che ha definito pubblicamente “l’assassinio” dell’ex leader supremo dell’Iran, ma si è anche ben guardato dal criticare apertamente (l’amico?) Trump.
Offrendosi di svolgere un ruolo costruttivo intenderebbe adulare Trump, facendolo rimanere dalla sua parte per quanto riguarda gli obiettivi russi in Ucraina e forse promettendo – come contropartita – di addolcire le condizioni del Cremlino a Kiev, ribadendo cos’ la sua alleanza con il Presidente americano.
Sia detto per inciso, raramente criticato direttamente dalla stampa russa che, in qualche caso, ripercorre i rapporti tumultuosi del passato fra l’impero tzarista e quello persiano lasciando intendere che tutto sommato quella del Golfo non è “una guerra russa”.
La chiamata con Trump arriva anche in un momento in cui le sorti economiche della Russia sembrano cambiare a causa della crescente crisi energetica globale, con l’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz e il prezzo del petrolio ieri fra i 90 ed i cento dollari al barile.
Lunedì Putin ha convocato i massimi dirigenti del settore energetico russo intimando loro di utilizzare gli extraprofitti attuali sul petrolio per ripianare il debito con le banche, ma soprattutto affermando chiaramente che si tratta di un fattore temporaneo, il che lascia intendere che sulla fine del conflitto ne sappia qualcosa di più dei laconici commenti a seguito della telefonata fra i due leader.
Quasi contemporaneamente l’amministrazione Trump ha temporaneamente invertito la campagna di pressione sull’India, uno dei clienti più importanti della Russia, concedendo alle raffinerie indiane una deroga di 30 giorni per acquistare il petrolio russo attualmente bloccato in mare.
Non è escluso che i 30 giorni siano prorogabili, ma anche questo termine potrebbe prefigurare i tempi per possibile conclusione del conflitto in corso, come pare abbiano intuito gli operatori delle Borse internazionali che ieri hanno determinato un rimbalzo degli indici azionari, mediamente del 2% e oltre.
La Russia potrebbe avere anche una certa influenza geopolitica nella guerra contro l’Iran. Oltre ai legami di difesa e sicurezza di Mosca con Teheran – alla quale probabilmente, nonostante le smentite, avrebbe fornito dati di Intelligence sulle basi militari americane nell’area del Golfo – Putin ha da tempo relazioni personali con numerosi leader in Medio Oriente.
Probabilmente anche questa una delle ragioni per le quali Trump ha minimizzato l’indiretto intervento russo di Intelligence nel conflitto, che pure gli era stato segnalato da giorni dai suoi servizi di sicurezza.
Resta il fatto che nel corso del conflitto Putin ha avuto conversazioni telefoniche con il re Hamad bin Isa Al Khalifa del Bahrein, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohamed bin Zayed Al Nahyan, l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad Al-Thani e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.
Un intreccio di fattori che comunque indica la volontà di Putin a mantenere ottimi rapporti con Trump.
L’opinione che Putin soffra quando perde alleati – che si tratti di Assad, Maduro o Khamenei – viene esaltata da molti analisti occidentali, ma non c’è alcuna prova che sia preoccupato per la sua autorità in patria o sulla sua legittimità all’estero, eccetto quelle critiche che gli vengono da quel “partito della guerra” che conta poco fra l’opinione pubblica Russa che vuole la pace.
E qualunque cosa Putin possa pensare della morte del leader supremo iraniano, è evidente che non ha intenzione di gettare a mare il suo rapporto con Trump sul quale conta anche per smussare le bellicose intenzioni europee e magari aprire varchi futuri sulle sanzioni in corso che colpiscono soprattutto l’export energetico di Mosca.
Per il momento, quindi, la crisi energetica globale potrebbe portare nuovi frutti a Putin, e dopo l’inizio dell’operazione militare USA-Israele contro l’Iran il 28 febbraio, molti esperti avevano previsto che le Forze Armate russe avrebbero approfittato della situazione moltiplicando gli sforzi per distruggere le risorse militari ucraine .
Ciò era ragionevole, poiché le principali capacità di intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati sono attualmente concentrate in Medio Oriente. Inoltre, gli Stati Uniti hanno una chiara carenza di missili di difesa aerea rendendo improbabile la loro immediata fornitura all’Ucraina.
L’esercito russo ha effettivamente lanciato un massiccio attacco dopo l’inizio della Guerra del Golfo, ma a quanto pare, la guerra al fronte ristagna e della “grande offensiva” russa di Primavera sui media russi non si parla più. E’ quindi possibile che Putin, almeno per il momento, non punti a una soluzione militare del conflitto che comunque gli costerebbe cara soprattutto sotto il profilo di una economia già in sofferenza.
Quindi è probabile che la sua rimanga una posizione di attesa che non può essere casuale, ma basata su elementi o indicazioni che lo stesso Trump potrebbe aver fornito a Putin, senza tuttavia lasciargli spazio per una mediazione in Medio Oriente, quando è ormai chiaro che quella è un’area di influenza USA, nonostante le impennate du Netanyahu secondo il quale in Iran “il lavoro non è ancora finito”.
D’atra parte il vero obiettivo e competitor del Tycoon – come è stato anche per i suoi predecessori – rimane Pechino dove si recherà in aprile. Il che rende estremamente improbabile che gli iraniani tentino di minare lo Stretto di Hormutz, penalizzando tutto l’estremo oriente e non solo, ma soprattutto la Cina, che volenti o nolenti, rimane l’unico alleato che possa garantire la sopravvivenza del regime iraniano.
Poi di tutto può succedere, ma la geopolitica si gioca su uno scacchiere più ampio che va al di là dell’Iran, pedina di un gioco pericoloso finchè si vuole, ma sempre una pedina e non un attore.
(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale
