di Giuseppe Onorati
Da queste parti ci si era chiesto se l’ultimo Conclave avrebbe confermato o meno l’andare della Chiesa verso l’Asia.
Considerando come Papa Francesco avesse creato condizioni decisamente sovrarappresentative dell’Asia in seno al Conclave, vista la consistenza dei cattolici asiatici in rapporto a quelli mondiali; considerando come il pontificato di Bergoglio avesse soprattutto dimostrato una forte volontà geopolitica di andare verso la Cina, protagonista fondamentale di questi primi venticinque anni del terzo millennio, è stata una presunzione naturale ipotizzare che l’esito del Conclave come dopo Francesco, ponesse alla Cattedra di Pietro un asiatico.
Invece lo scorso 8 Maggio, in seguito alla fumata bianca si è affacciato dalla Loggia delle Benedizioni un cardinale statunitense per la prima volta nella storia della Chiesa, l’agostiniano Robert Francis Prevost, col nome di Leone XIV.
Di certo nell’immediatezza dell’evento, l’opinione pubblica non è riuscita a cogliere il significato preciso dell’esito del Conclave, seppur qualche ipotesi a seguito del saluto del Pontefice neo-eletto, subito ha iniziato a venir fuori in un chiaroscuro di idee, nel tentativo d’inquadrare colui che arrivasse dopo Francesco.
A distanza di poco più di un mese dall’elezione, si potrebbe dire che pur essendo esiguo il tempo disponibile per un’analisi robusta su Leone XIV, tuttavia la qualità dei suoi primi interventi, alla luce anche di tratti biografici, consenta di delineare gli indirizzi a cui la Chiesa possa essere traghettata dal nuovo pontificato.
Innanzitutto l’elezione di Leone XIV sembra aver decisamente rispettato le necessarie quattro dimensioni (come le definisce Piero Schiavazzi) che ormai un Pontefice non può non avere, in seguito ad un “tracciato storico”, per così dire, solcato da importanti figure papali: il cuore con Giovanni XXIII, la ragione con Paolo VI, la lucida capacità di vedere in senso geopolitico e l’attenzione verso il proficuo uso dei media comunicativi di massa con Giovanni Paolo II, l’essere una guida pastorale della Chiesa, saper sentire “l’odore delle pecore” con Papa Francesco. Ebbene, il cardinale Prevost pare aver rispondenza ad una sintesi di questi quattro necessari fattori. La sua biografia tratteggia un agostiniano con comprovate capacità di governo, corredate da un notevole spessore intellettivo, con un’indole mite e predisposta al dialogo. Un uomo di studio che conosce la Chiesa nelle varie sfaccettature: dalla responsabilità amministrativa e governativa, alla dimensione teologica e dottrinale; canonista uomo di cattedra, con importanti responsabilità episcopali ma che nello stesso tempo ha conosciuto l’apostolato missionario nel “sud del Mondo”. Soprattutto uno che ha conosciuto il volto della Chiesa in tre sue importanti parti: l’America del Nord, l’America Latina e Roma.
Proprio quest’ultimo punto potrebbe essersi rivelato determinante per la sua elezione. Nel continente americano c’è il quarantotto per cento circa dei cattolici totali, con un peso di circa il trenta per cento in merito alle contribuzioni economico-finanziarie; nel continente che esprime un peso relativo notevole, negli ultimi anni oltre che per il fenomeno di tendenza della perdita di fedeli nelle società secolarizzate, la Chiesa ha visto un calo di fedeli in favore della crescita delle chiese evangeliche, soprattutto nel forte bacino cattolico dell’America Latina. Se pensiamo che questa crescita delle chiese evangeliche poi, oltre che ad un messaggio di speranza si è legata anche ad una maggior capacità d’intercettare i bisogni sociali in società altamente sperequate come quelle dell’America del Sud ( importante è riflettere sul fatto che le chiese evangeliche abbiano avuto un ruolo importante nel consenso politico, come nel caso di Bolsonaro in Brasile), è evidente come per il Vaticano questo fenomeno rappresentasse una criticità politica. Ed ecco che l’elezione di un Pontefice rappresentante una cerniera fra le Americhe, con forti legami e conoscenza della curia romana, in questo momento storico fosse la risposta propizia per mantenere salda l’ancora in uno spazio del Mondo fondamentale per la Chiesa.
Cittadinanza statunitense di nascita e peruviana d’adozione; ottima conoscenza della Chiesa nell’America del Nord, quanto di quella dell’America Latina, per aver speso diversi anni della sua vita fra l’una e l’altra in attività di studio, docenza, incarichi pastorali e di governo. In più, forti legami con Roma e conoscenza della relativa curia, per anni fra studio ed incarichi di governo anche qui.
Nominato cardinale e stimato da Papa Francesco, probabilmente per il perfetto equilibrio fra capacità di governo e spirito missionario, Leone XIV ha subito portato a pensare ad una sorta di continuità (seppur moderata, pensando agli slanci carismatici di Francesco); tuttavia, se per il governo della Chiesa ci si potrebbe aspettare, anche se è ancora presto per dirlo, una continuità verso prospettive di riforma (tenendo ben presenti comunque le differenze strutturali fra l’agostiniano ed il gesuita), nella prospettiva geopolitica, con Leone XIV potrebbe esserci una inversione di tendenza.
Il nome scelto da Prevost ha come motivo più importante quello d’ ispirarsi a Papa Leone XIII per la sua Rerum Novarum, l’enciclica del 1891, fondante la Dottrina Sociale della Chiesa, con cui si prendeva atto del dovere della Chiesa di affrontare la questione operaia in una società ormai pienamente industrializzata e di dare una risposta alternativa al conflitto fra capitale e lavoro, rispetto alla lotta di classe propinata in ambito marxiano. Come Leone XIV ha detto ai cardinali del Conclave due giorni dopo l’elezione, il nome è stato scelto in quanto l’intelligenza artificiale ha aperto nell’era attuale gli stessi interrogativi che l’industrializzazione aveva posti al tempo di Leone XIII, ed a cui la Chiesa ha il dovere di dare risposta, su come poter abbracciare il progresso, strumentalizzandolo a favore del benessere umano e di una società giusta ed equa. Da ciò risulta chiaro che vi sia una continuità con Bergoglio nel voler affrontare in senso progressista le questioni sociali che la storia impone; da un altro canto però, il pontificato di Prevost sembrerebbe essere orientato a farlo da una prospettiva differente.
Certamente la Chiesa ormai non può più prescindere dal considerarsi immersa in un Mondo globalizzato; tuttavia però, diverse possono essere le strade da intraprendere per trovarvi configurazione ed adattamento.
Se Bergoglio, probabilmente mosso da slancio gesuitico, aveva intrapreso un indirizzo globalizzante per la Chiesa, che la portasse ad una sempre maggior configurazione centrifuga verso le periferie, con Leone XIV parrebbe esserci una volontà di riposizionamento romanocentrico; un ancoraggio del magistero della Chiesa al centro, che s’irradia verso il Mondo globalizzato. Quindi con Prevost la Chiesa ritorna ad avere l’Occidente come perno da cui affrontare la complessità del Mondo globalizzato.
Una delle sue prime uscite, può ben essere interpretata un segno di questo ancoraggio, quando il lunedì successivo alla sua elezione, incontrando i giornalisti, ha sottolineato la fondamentale importanza di una corretta e libera informazione come linfa per la democrazia ed il pluralismo, cardini appunto dell’Occidente. Soprattutto però, un grande riflesso di questo riposizionamento si coglie nelle relazioni internazionali, denotando come Leone XIV tenda ad un riequilibrio verso Occidente, ove Francesco abbia voluto superare il carattere occidentale della Chiesa, per proiettarla universalmente in un mondo multipolare.
La sua esplicita dichiarazione prima del Regina Coeli a cercare un negoziato per una pace giusta e duratura affinché trovi sollievo la “martoriata Ucraina”, in seguito a “una pace disarmata e disarmante” auspicata durante il discorso di presentazione post- elezione, sembra da un lato allontanare la posizione del Vaticano da quell’equidistanza di Francesco fra Repubblica ucraina e Federazione russa, non digerita da Zelensky; nello stesso tempo potrebbe portare ad incrinare i rapporti con Mosca (davvero il ministro della cultura russo Olga Lyubimova si sarebbe imbattuta in problemi di rotta dell’aereo, che non le avrebbero permesso di partecipare alla cerimonia d’intronizzazione di Papa Leone XIV, come ha riferito l’ufficio stampa del ministero?). Leone XIV, ha dichiarato la piena disponibilità della Santa Sede ad offrirsi come luogo di mediazione per un negoziato di pace fra Ucraina e Russia, in una telefonata con il presidente Putin, incontrando Zelensky ed il vicepresidente statunitense J.D. Vance in occasione della sua intronizzaione, ribadendo anche ciò che il cardinale Zuppi, inviato del Vaticano per l’Ucraina aveva concluso con il segretario di Stato U.S.A. Marco Rubio. Si cerca un equilibrio di pace ma parrebbe dunque, da prospettive differenti rispetto a quelle di Bergoglio.
Altrettanto sul fronte di crisi mediorientale. Se per Francesco quello che Tel Aviv sta facendo a Gaza legittimava l’ipotesi genocida, tanto da far rimanere in silenzio, senza nessun messaggio di cordoglio il capo dell’Esecutivo israeliano Netanyhau per la morte di Bergoglio, la posizione di Leone XIV recupera i rapporti con Israele, auspicando un equilibrio di pace fra israeliani e palestinesi, con il rilascio degli ostaggi israeliani in mano ad Hamas dal 7 ottobre di due anni fa. Quest’ ultima parte dell’auspicio di Prevost viene enfatizzata dal Presidente israeliano Isaac Herzog, che contrariamente a quanto accaduto per i funerali di Francesco, partecipa alla cerimonia d’intronizzazione di Leone XIV e sottolinea come Israele abbia positivamente accolto tale posizione equilibrata del nuovo Pontefice, la quale rappresenterebbe una garanzia per continuare a mantenere gli storici rapporti di buon segno d’Israele con la Santa Sede.
A circa poco più di un mese dalla sua elezione, seppur non disponendo di una quantità di tempo sufficiente per un’analisi articolata, per la qualità di alcune sue dichiarazioni, risultanti in un certo senso coerenti con ciò che alcuni tratti biografici dicono, si può senza indugio affermare che il pontificato di Leone XIV, pur continuando su assi cari a Francesco quali: una Chiesa missionaria, attenta alla complessità di un Mondo globale e multipolare, lo faccia da una diversa prospettiva, che ricolloca saldamente la Chiesa ad Occidente e cerca di affrontare gli scenari del Mondo con equilibrio.
