di Serena Maria Candigliota
C’è un’Italia che non si arrende alla crisi climatica, alla povertà energetica, né all’isolamento sociale. Un’Italia che si rimbocca le maniche e sceglie di condividere anziché competere. È l’Italia delle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), esperienze concrete di cittadinanza attiva che stanno ridisegnando il nostro modo di produrre, distribuire e consumare energia. Ma soprattutto, stanno cambiando il nostro modo di stare insieme.
Le CER non si limitano a produrre energia pulita. Producono benessere, relazioni, fiducia, partecipazione. Producono futuro.
L’energia come diritto, non come privilegio
In un contesto in cui la bolletta energetica pesa come una tassa sulla dignità, le CER si pongono come strumenti di democrazia energetica. Sono composte da cittadini, imprese, enti pubblici che decidono di cooperare, condividere impianti e benefici. E che, così facendo, abbattono i costi, riducono le disuguaglianze, valorizzano i territori.
L’Europa le riconosce e le sostiene: le Direttive RED II e RED III, i fondi del PNRR, i decreti italiani pongono le basi normative e gli incentivi per diffondere queste esperienze. Ma è sul campo, tra i tetti delle scuole, nei quartieri popolari, nelle cooperative agricole, che le CER rivelano il loro potenziale generativo e rigenerativo.
L’energia che fa comunità
Una CER funziona se genera relazioni, non solo kilowatt. Il suo vero cuore non è l’inverter o il pannello solare, ma il patto di fiducia tra le persone. La governance democratica (“una testa, un voto”), la trasparenza nella distribuzione dei benefici, l’inclusione delle fasce vulnerabili non sono accessori: sono la struttura portante.
Le CER sono anche spazi di co-progettazione: enti pubblici mettono a disposizione tetti, imprese portano know-how, cittadini contribuiscono con visione e vissuto. Si costruiscono nuove filiere, nuove competenze, nuove economie locali che resistono alla delocalizzazione e restituiscono valore ai territori.
Non solo energia: sicurezza, equità, coesione
Le CER offrono sicurezza domestica grazie a tecnologie intelligenti, equità energetica grazie alla condivisione, e coesione sociale grazie a pratiche partecipative. Diventano spazi fisici e relazionali dove le comunità imparano a fidarsi, a collaborare, a vivere meglio insieme.
Ogni tetto che ospita un impianto condiviso, ogni assemblea pubblica che definisce una strategia energetica locale, ogni famiglia che riceve energia a costo contenuto è un piccolo tassello di un mosaico più grande: quello di una società più equa, più solidale, più sostenibile.
Una ri-evoluzione culturale
Le CER non sono un prodotto del mercato, ma un processo culturale. Sono una risposta concreta all’individualismo, all’isolamento, alla sfiducia. Sono l’applicazione di un principio semplice e potente: ognuno faccia la propria parte, ma lo faccia insieme agli altri.
Chi partecipa a una CER non è solo un prosumer, è un cittadino consapevole, parte attiva del cambiamento. E scoprendo il potere della condivisione, accende la luce anche per gli altri.
La sfida e l’appello
La sfida ora è rendere sistemico questo modello. Integrarlo nella pianificazione urbana, nella strategia energetica nazionale, nelle politiche sociali. E serve coinvolgere tutti: istituzioni, imprese, associazioni, cittadini.
