di Riccardo Bizzarri (*)
C’è una notizia che arriva da Burolo, piccolo Comune del Torinese, che potrebbe sembrare una di quelle storielle estive buone per riempire mezza colonna di giornale. E invece racconta, molto più seriamente di tanti convegni sulla denatalità, il Paese che siamo diventati. Una coppia di residenti ha diffidato il Comune perché i bambini della scuola materna e del centro estivo, giocando in cortile, farebbero troppo rumore.
Avete letto bene. I bambini giocano. E disturbano. Non spacciano. Non devastano le panchine. Non organizzano corse clandestine. Corrono, gridano, ridono, ascoltano musica, tirano calci ad un pallone. Insomma, fanno quella cosa ormai quasi sovversiva che si chiama infanzia. Il sindaco di Burolo, Franco Cominetto, ha risposto con una frase di una semplicità quasi rivoluzionaria: «Per fortuna abbiamo ancora bambini che giocano».
Io quel cartello non lo metterei soltanto davanti alla scuola. Lo metterei all’ingresso di ogni Comune italiano.
PER FORTUNA ABBIAMO ANCORA BAMBINI CHE GIOCANO.
Perché siamo riusciti nel capolavoro di costruire una società nella quale tutto è diventato più importante dei bambini. Le automobili devono avere spazio.
I cani devono avere spazio. I dehors devono avere spazio. I parcheggi devono avere spazio. Gli adulti devono avere silenzio. I bambini, possibilmente, non devono rompere le scatole.
Devono stare buoni, ordinati, possibilmente davanti a un tablet, con le cuffie alle orecchie. Così non corrono, non urlano, non sporcano, non tirano pallonate contro un muro e soprattutto non disturbano la sacra quiete degli adulti. Poi, naturalmente, organizziamo convegni sulla denatalità. Spendiamo milioni per chiederci perché in Italia non nascono più bambini. Facciamo commissioni, tavoli tecnici, bonus, bonus del bonus e osservatori sull’inverno demografico.
Forse basterebbe partire da una domanda molto più semplice: ma a noi, i bambini, piacciono ancora? Perché a volte viene qualche dubbio.
Li vogliamo finché stanno nelle fotografie delle campagne istituzionali. Biondi, sorridenti, puliti, possibilmente immobili. Quelli veri sono un’altra cosa.
I bambini veri urlano. Cadono. Piangono. Corrono. Litigano per un pallone. Ridono senza preoccuparsi dei decibel. E qualche volta, scandalo degli scandali, disturbano.
Ma un paese nel quale non si sente più il rumore dei bambini non è un paese educato.
È un paese morto. Ed è qui che l’ironia finisce.
Perché l’Italia sta attraversando una delle più profonde crisi demografiche della propria storia e noi, invece di considerare ogni bambino che corre in una piazza come una benedizione civile, siamo arrivati a discutere se faccia troppo rumore. Abbiamo passato decenni a costruire città per gli adulti e poi ci siamo meravigliati quando sono rimasti soltanto gli adulti. Abbiamo tolto i palloni dalle piazze. Abbiamo messo i cartelli “vietato giocare”. Abbiamo trasformato i cortili in parcheggi. Abbiamo chiuso scuole nei piccoli Comuni. Abbiamo riempito l’infanzia di divieti, assicurazioni, autorizzazioni e paure.
E adesso guardiamo le statistiche sulla natalità con l’aria sorpresa di chi trova la cucina allagata dopo avere lasciato il rubinetto aperto per trent’anni. Gli adulti hanno distrutto un Paese e adesso chiedono ai bambini di fare piano. Questa è forse la sintesi più feroce.
Abbiamo consegnato loro un debito pubblico enorme, stipendi che spesso non consentono di costruire una famiglia, case sempre più difficili da comprare, lavori precari, pensioni che non sanno se vedranno, un ambiente maltrattato e un futuro pieno di punti interrogativi.
E dopo tutto questo abbiamo anche il coraggio di affacciarci alla finestra e gridare: «Bambini, fate meno rumore!» Siamo davvero alla frutta.
Antoine de Saint-Exupéry scriveva nel Piccolo Principe che «tutti i grandi sono stati bambini una volta», aggiungendo subito che pochi se ne ricordano. Ecco. Il problema forse è proprio questo. Non ce lo ricordiamo più.
Abbiamo dimenticato le ginocchia sbucciate, le porte fatte con due maglioni, il pallone Super Santos, il “chi fa dieci vince”, le mamme che chiamavano dalla finestra quando era pronta la cena. Non avevamo WhatsApp. Non avevamo smartphone. Non avevamo bisogno di una notifica per sapere dove fossero gli amici. Bastava scendere in cortile.
E soprattutto nessuno pretendeva che un bambino di sei anni si comportasse come un pensionato di sessantotto. Pascoli vedeva dentro ogni uomo adulto la sopravvivenza di un «fanciullino». Temo che noi quel fanciullino l’abbiamo sfrattato probabilmente perché faceva rumore.
C’è poi una contraddizione quasi comica, se non fosse tragica. Ci lamentiamo perché i ragazzi stanno tutto il giorno davanti al telefonino. «Ai nostri tempi si giocava fuori!», ripetiamo con nostalgia. Poi finalmente quattro bambini escono, corrono dietro a un pallone e… Mandiamo la diffida al Comune.
Decidiamoci.
Perché non possiamo contemporaneamente rimpiangere i cortili pieni di bambini e pretendere cortili silenziosi. Non possiamo invocare più nascite e poi considerare un fastidio chi è già nato. Non possiamo parlare continuamente del “futuro dei giovani” e chiedere loro, nel presente, di non disturbare.
Un bambino che urla in un cortile è il rumore del futuro. Un’altalena che cigola è il rumore del futuro. Un pallone contro un muro è il rumore del futuro. Una scuola materna piena è il rumore del futuro. Sapete invece qual è il rumore che dovrebbe spaventarci? Nessun rumore.
Il silenzio. Il silenzio di una scuola chiusa perché non ci sono più iscritti. Il silenzio di un campo da calcio vuoto. Il silenzio di una piazza senza biciclette. Il silenzio delle case dei piccoli Comuni quando muore l’ultimo anziano e nessuno viene ad abitarci.
Quello sì che dovrebbe toglierci il sonno. Perché i bambini che giocano possono disturbare un pomeriggio. I bambini che non nascono cambiano per sempre una nazione. Forse dovremmo riscoprire una gerarchia delle cose importanti.
E capire che esiste anche un diritto al silenzio, certamente, ma esiste prima ancora il diritto di essere bambini.
Correre. Giocare. Gridare. Sbagliare un rigore. Litigare e cinque minuti dopo tornare amici. Fare rumore. Perché verrà fin troppo presto il tempo di stare seduti, rispettare orari, pagare mutui, compilare moduli, presentare dichiarazioni e preoccuparsi di non disturbare il vicino. Lasciamogli almeno qualche anno di libertà. E allora ben venga quel cartello del sindaco di Burolo. Anzi, aggiungerei una riga:
«Per fortuna abbiamo ancora bambini che giocano. Se vi danno fastidio, abbiate pazienza: cresceranno. Il problema vero sarà quando non ce ne saranno più».
Quel giorno finalmente avremo ottenuto quello che volevamo. Cortili perfetti. Piazze ordinate. Nessuna pallonata. Nessun urlo. Nessuna bicicletta lasciata per terra.
Un silenzio meraviglioso.
Il silenzio di un Paese che, pur di non essere disturbato dai propri figli, ha finito per restare senza futuro.
(*) Giornalista
