Esteri

Le sanzioni del Tycoon minacciano la Corte Penale Internazionale e colpiscono anche l’amico Musk

di Andrea Maldi

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ratificato un decreto con il quale autorizza pesanti sanzioni economiche alla Corte Penale Internazionale (Cpi), con sede a L’Aia, in Olanda. L’accusa è di “azioni illegittime e senza fondamento” contro gli Stati Uniti d’America e Israele. L’ordinanza prevede ampi poteri allo stesso presidente che può comminare il divieto di viaggio negli States e il congelamento dei beni contro i dipendenti del Tribunale de L’Aia, qualora il Governo americano accertasse un loro coinvolgimento nello spionaggio di cittadini statunitensi e di altri Paesi alleati – primi tra tutti Israele -.

Trump ha dichiarato che la Cpi “ha abusato del suo potere… questa condotta maligna minaccia a sua volta di violare la sovranità dell’America e mina la sicurezza nazionale e il lavoro di politica estera del governo degli Stati Uniti e dei nostri alleati, compreso Israele.” Non a caso questa affermazione arriva solo due giorni dopo l’incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu alla White House, probabilmente una ripicca per l’emissione di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità nei confronti del primo ministro dello stato ebraico.

Certamente le sanzioni di Trump alla Corte hanno creato un effetto a catena con altri Paesi: dall’Ungheria di Orbán, grande sostenitore di the Donald che mette in discussione l’adesione alla Corte,  alla Francia in cerca di una qualche immunità ad hoc per il presidente dello stato di Israele, alla Germania che invoca la responsabilità storica per Israele a causa della Shoah. Anche il ministro degli Esteri e vicepremier italiano Antonio Tajani, riguardo il caso Al-Masri, criminale libico, ricercato dalla Cpi, arrestato in Italia e poi rimpatriato, prevede l’apertura di un dossier sul Tribunale de L’Aia per far luce su quali comportamenti ha adottato, affermando che “L’Aia non è la bocca della verità, si possono anche avere visioni diverse.”

Italia, Repubblica Ceca, Lituania e Ungheria sono gli unici Paesi dei 79 Stati Ue a non aver firmato all’unanimità una dichiarazione contro le provocazioni di Trump alla Cpi.

 

“Sanzionare la Cpi minaccia l’indipendenza della Corte e mina il sistema di giustizia penale internazionale nel suo complesso” ha affermato il presidente del Consiglio europeo Antonio costa, subito dopo l’annuncio di Washington. Poi anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, tuona: “L’Aia deve poter proseguire liberamente la lotta contro l’impunità globale… l’Europa sarà sempre a favore della giustizia e del rispetto del diritto internazionale.”

 

Intanto l’Organizzazione delle nazioni unite (Onu) ha formalmente chiesto al presidente degli Stati Uniti di ritirare immediatamente le sanzioni. “Deploriamo profondamente le sanzioni individuali annunciate in queste ore contro il personale della Cpi e chiediamo che questa misura venga revocata… danneggiano il suo lavoro giudiziario, indipendente e imparziale…lanciamo un appello ai nostri 125 Stati parte, alla società civile e a tutte le nazioni del mondo affinché siano uniti per la giustizia e i diritti umani fondamentali” ha affermato Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ufficio dell’Onu per i diritti umani.  Va poi detto che il 3 febbraio è stato un giorno nero per il magnate Elon Musk, principale finanziere di Donald Trump. In vista dei dazi su merci canadesi, cinesi e messicane l’indice S&P 500  ha perso circa il 2%, per poi risalire a -0,8% con il comunicato del rinvio dei tributi sulle derrate messicane (più tardi verranno posticipati anche per i prodotti canadesi), e il principale capro espiatorio è stato proprio il colosso delle auto elettriche Tesla, perdendo il 5% in borsa e costando a Musk ben 11,8 miliardi di dollari in un solo giorno. Infatti le aziende che sono andate maggiormente in negativo sono quelle che basano i rifornimenti in Nord America e quelle che devono gran parte dei ricavi al mercato cinese, e il gigante dell’hi-tech dell’elettrico fa parte di entrambi i gruppi.

“I dazi sono molto probabili e avranno un impatto negativo sul business e la redditività”, ha dichiarato alcuni giorni fa il direttore finanziario di Tesla, Vaibhav Taneja.

Ma non è stato solo Elon Musk a perdere fior fiori di miliardi – benché è stato il più colpito -, anche altri super ricchi hanno visto il loro patrimonio indebolirsi:

Amancio Ortega di Zara -2,2 miliardi, l’ex amministratore delegato di Microsoft Steve Ballmer -922 milioni, Larry Ellison di Oracle -2,4 miliardi, i fondatori di Google Larry Page -2,2 miliardi e Sergey Brin -2,1 miliardi, Warren Buffett di Berkshire Hathaway -1,3 miliardi, il fondatore di Amazon Jeff Bezos (al secondo posto nella lista dei miliardari di Forbes) -237 milioni.

L’unico che non ne ha risentito, anzi ha aumentato il suo patrimonio di 2,8 miliardi di dollari, è Mark Zuckerberg (alla quarta posizione nella classifica degli uomini più ricchi del mondo di Forbes), presidente e amministratore delegato di Meta e fondatore di Facebook.

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