L’idea di un “accordo sul litio” e per le atre risosrse minerarie ucraine tra Stati Uniti e Ucraina non è nata oggi con l’amministrazione Donald Trump, ma è una carta che Vladimir Zelensky sta giocando da tempo e ancora prima dell’invasione.
Infatti era in preparazione una proposta commerciale per gli USA già con l’ amministrazione Biden, prima che venisse accantonata per poterla usare successivamente per implementare gli aiuti americani anche con il nuovo inquilino della casa Bianca.
Secondo le stime del WEF (Forum economico mondiale, fondazione con sede a Ginevra,) il mercato globale dei minerali essenziali, attualmente valutato a livello globale 320 trilione di dollari, è destinato a raddoppiare nei prossimi cinque anni.
Forbes ha stimato che le riserve minerarie totali dell’Ucraina ammontano a 111 miliardi di tonnellate, per un valore di circa 15 trilioni di dollari (principalmente carbone e minerale di ferro). Un rapporto del Washington Post ha stimato il valore delle riserve minerarie dell’Ucraina a livelli molto più elevati, pari a 26 trilioni di dollari.
Tuttavia, sia Forbes che il Washington Post concordano sulla loro valutazione geografica, infatti i giacimenti più ricchi si trovano nel Donbass e nella regione di Dnepropetrovsk in gran parte occupate dai russi.
Ai tempi della Unione Sovietica l’Ucraina produceva 20 minerali e metalli essenziali, rendendo il paese uno dei primi 10 fornitori al mondo e rappresentando circa il 5% delle riserve globali. Tra questi rientrano i metalli delle terre rare come titanio, litio, berillio, manganese, gallio, uranio, zirconio, nonché grafite, apatite, fluorite e nichel.
In particolare, secondo alcune proiezioni comuni a russi e occidentali,, le riserve di litio e grafite scoperte in Ucraina sono sufficienti per produrre materiali catodici e anodici per batterie al litio con una capacità complessiva di 1000 GWh sufficiente a produrre circa 20 milioni di veicoli elettrici.
Secondo le stime che lasciano presagire una espansione del mercato globale delle materie prime, i materiali essenziali dell’Ucraina valgono 12 trilioni di dollari. Se si considerano anche altre risorse naturali, come il carbone e il gas naturale, la cifra sale a 26 trilioni di dollari.
Tuttavia, questa valutazione, già presentata al forum di Davos il mese scorso dal presidente ucraino, dovrebbe essere presa con cautela. Anche secondo la Facoltà di Economia di Kiev, una parte significativa delle riserve di terre rare dell’Ucraina non è stata studiata e la qualità e la quantità delle risorse sono ancora oggetto di valutazione, quindi il loro valore reale resta incerto e sono necessarie ulteriori ricerche per valutarne il reale potenziale.
In ogni caso, secondo il britannico Royal United Services Institute, citato dal quotidiano britannico The Telegraph, la lotta per le risorse minerarie dell’Ucraina rappresenta un fattore critico nelle catene di approvvigionamento globali e negli equilibri geopolitici di potere.
Tuttavia nella partita delle risorse ucraine non ci sono solo gli Stati uniti Anzi lo stesso cancelliere tedesco Olaf Scholz che ha criticato il possibile “accordo sul litio” tra Stati Uniti e Ucraina definendolo “egoistico”.
Scholz insiste affinché le risorse dell’Ucraina vengano utilizzate per la ricostruzione, ricevendo la tacita approvazione di altri leader occidentali, ai quali non dispiacerebbe mettere le mani sulle risorse ucraine anche come risarcimento degli enormi aiuti a Kiev di questi anni.
Certo tacito consenso di altri, ma che stride con il silenzio ufficiale della UE che invece insiste su una linea punitiva della Russi della Von der Leyen e della sua Commissione, e approva con entusiasmo il distacco dei Paesi Baltici dalla rete elettrica russa.
Ne contesto di tutti questi interessi grava tuttavia una incognita Un altro quotidiano britannico, The Guardian, scrive più realisticamente che sia gli americani che ucraini hanno dimenticato di menzionare il semplice, ma evidente fatto che per la Russia ha già acquisito il controllo del 70% delle risorse minerarie dell’Ucraina, mentre ufficialmente Zelensky ammette al 39% nei territori occupati dall’esercito russi nel Donbass e forse più ancora nel Donetsk.
Dopo il 2014, con l’occupazione della Crimea, la Russia aveva già acquisito il controllo su una parte importante delle riserve di manganese ucraino. Solo nei primi mesi 2022 dell’invasione russa è stato anche occupato il giacimento di litio di Krutaya Balka nella regione di Zaporizhia (vicino a Berdyansk).
Mentre attualmente è in corso un’offensiva su Pokrovsk che oltre al valore strategico di bastione difensivo e snodo di rifornimenti è fondamentale anche per lo sfruttamento dei vasti giacimenti di litio nella vicina Shevchenko. Insomma Mosca mira al sodo anch’essa per compensare i propri “investimenti bellici”.
Una situazione di fatto che potrebbe avvantaggiare Mosca anche solo con il congelamento del conflitto e non a caso del corso degli attuali “cedimenti” pacifisti di Zelensky, il presidente ucraino affida a Trump il recupero di quelle risorse minerarie che promette agli Stati Uniti, magari con una “trattativa privata” fra la casa Bianca e il Cremlino.
Ma l’entrata in campo per il semi monopolio dello sfruttamento delle “residue” risorse ucraine da parte americana (come adombta con soddisfazione qualche media di Mosca) porterebbe anche all’aumento dell’estrazione di terre rare in Russia.
Così, paradossalmente si crerebbe una filiera resistente alle sanzioni occidentali per l’industria automobilistica e della difesa. Con evidente vantaggio della Cina già ampiamente presente nella competizione per queste terre e che ha raggiunto ormai le vette per la produzione dell’automotive elettrico.
GiElle
