Esteri

Le strade perdute della pace: cosa ci insegna la Storia del Novecento

di Michele Rutigliano

Nella Storia del Novecento, per ben due volte l’Europa ha conosciuto l’inferno . Il nazionalismo esasperato, unito alle ideologie totalitarie, ha trascinato il continente in due guerre mondiali devastanti. La Prima, con milioni di morti e l’umiliazione della Germania a Versailles. La Seconda, segnata dalla follia nazista, dalla Shoah e dalla distruzione sistematica di città, economie e popoli. Alla fine del 1945, l’Europa è un continente a pezzi. Berlino è il simbolo di quella disfatta: occupata, spartita, poi murata. La Germania diventa l’epicentro della nuova divisione del mondo, con l’Ovest sotto l’influenza americana e l’Est consegnato al controllo sovietico. Ma anche l’intera Europa subisce lo stesso destino, spaccata in due da una rigida cortina di ferro. Da un lato la democrazia, dall’altro regimi comunisti sotto la guida di Mosca. Eppure, proprio da questo sfacelo nasce un’idea nuova: quella di una Europa unita, fondata non più sulla forza ma sulla cooperazione. L’inizio è timido: nel 1951 nasce la CECA, poi la CEE nel 1957, fino ad arrivare all’Unione Europea. Un progetto di pace, figlio della consapevolezza che i nazionalismi uccidono, e che solo l’integrazione può garantire stabilità.

Russia e America, tra egemonie e pericoli globali

Oggi, a distanza di ottant’anni, nuove tensioni rischiano di riaprire vecchie ferite. La Russia di Putin ha rispolverato una visione imperiale del potere: l’invasione dell’Ucraina ne è la manifestazione più drammatica. Con la guerra alle porte d’Europa, Mosca sfida l’ordine internazionale e minaccia apertamente i Paesi confinanti. Allo stesso tempo, l’America di Trump adotta una strategia isolazionista e imprevedibile, che mina il legame transatlantico. Il disinteresse per la NATO, l’ambiguità verso l’Europa e la simpatia per leader autoritari sono segnali inquietanti. Se queste due potenze continueranno a disprezzare le istituzioni multilaterali e a coltivare una politica di potenza, il rischio è quello di un mondo sempre più instabile, dove il diritto lascia spazio alla forza. L’Europa è il bersaglio comune: troppo democratica per Putin, troppo autonoma per Trump. E intanto, nuove faglie si aprono anche nel Sud globale, tra alleanze filorusse e interessi filo-occidentali. Il mondo multipolare che si delinea rischia di diventare multipolarizzato: con blocchi contrapposti, tensioni permanenti e conflitti regionali pronti a esplodere.

La lezione italiana: equilibrio, dialogo, visione

In questa fase delicata, la Storia offre spunti preziosi. L’Italia della Prima Repubblica seppe muoversi con intelligenza in un mondo diviso. I governi centristi, da De Gasperi a Moro, riuscirono a coniugare europeismo e atlantismo con una politica di dialogo verso l’Unione Sovietica. Fu in quel contesto che nacque l’idea dell’“eurocomunismo”, promossa da Enrico Berlinguer e sostenuta anche da forze progressiste in Spagna e Francia. Un tentativo di emancipare i partiti comunisti europei dalla sfera d’influenza sovietica, costruendo una sinistra autonoma e democratica. Parallelamente, l’Italia seppe svolgere un ruolo di mediazione in Medio Oriente. Due figure, in particolare, incarnarono questa politica: Giulio Andreotti, per il versante cattolico-democristiano, e Bettino Craxi, per quello socialista e laico. Pur da posizioni diverse, entrambi compresero l’importanza di sostenere il diritto alla sicurezza di Israele senza ignorare le ragioni storiche e umane del popolo palestinese. A sostenere questa linea di equilibrio contribuì anche la diplomazia silenziosa e raffinata del Vaticano, guidata da Mons. Agostino Casaroli, protagonista dell’“Ostpolitik” vaticana, che aprì al dialogo con i regimi dell’Est e con le realtà del Sud del mondo. Quell’Italia sapeva costruire ponti, non muri. Sapeva che la pace si costruisce con la diplomazia, non con le armi. Oggi, mentre Benjamin Netanyahu porta avanti una guerra senza quartiere contro i palestinesi e l’Occidente fatica a difendere la legalità internazionale, quelle scelte sembrano lontane. Eppure restano un esempio. La Storia non si ripete, ma può illuminare il presente. Oggi l’Europa è chiamata a difendere se stessa e la propria identità democratica. Ma deve farlo senza chiudersi in se stessa, senza rinunciare al dialogo e soprattutto  senza seguire chi agita la paura o il disprezzo per le istituzioni. Solo un’ Europa forte, unita e autonoma può contribuire alla pace globale. Per questa prospettiva, serve memoria e visione. Ma soprattutto serve il coraggio di credere che la pace non è solo assenza di guerra, ma una costruzione quotidiana fatta di giustizia, equilibrio e rispetto. Esattamente ciò che i grandi del Novecento avevano capito mentre noi, purtroppo,  rischiamo di dimenticare  per sempre.

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