Esteri

Libano, il Cedro nella Tempesta: “Così la crisi rischia di cancellare il pluralismo cristiano”

Colloquio con Vincenzo Speziali: «Beirut non è solo un’emergenza economica, è un corpo vivo che sta perdendo il suo cuore multiconfessionale. L’Occidente non può restare a guardare»

 di Marino Marini

Il Libano del 2026 è un mosaico che cade a pezzi. Tra un’inflazione che ha polverizzato i risparmi di una vita e lo spettro di un conflitto regionale che bussa alle porte del Sud, il “Paese dei Cedri” sembra sospeso in un’agonia infinita. Per capire cosa stia davvero accadendo dietro i tecnicismi dei piani di rientro del FMI o le cronache di guerra, abbiamo incontrato Vincenzo Speziali. Uomo di relazioni internazionali, membro del Bureau Politique dell’Internazionale Democristiana e legato al Libano da oltre vent’anni di frequentazione e solidi legami familiari, e osserva la crisi con l’occhio del politico e il cuore di chi Beirut l’ha scelta come seconda casa.

Dottor Speziali, lei vive il Libano da vent’anni. Come descriverebbe l’atmosfera che si respira oggi a Beirut rispetto a due decenni fa?

«È un dolore sordo. Vent’anni fa, nonostante le ferite della guerra civile fossero ancora visibili, c’era una vitalità contagiosa, una voglia di ricostruire che rendeva Beirut la “Parigi del Medio Oriente”. Oggi quella luce si è spenta. La crisi economica non è solo un dato statistico: è la madre che non può comprare il latte, è il professionista che vede il suo conto corrente bloccato dalle banche. Si vive in un’economia di emergenza, dove il “denaro fresco” (i dollari inviati dalla diaspora) è l’unico ossigeno in un sistema polmonare collassato.»

Si parla spesso di “crisi sistemica”. Qual è il peso reale del confessionalismo politico in questo stallo?

«Il sistema confessionale, nato per garantire equilibrio tra le 18 comunità religiose, è diventato una gabbia di veti incrociati. Il vuoto istituzionale — con la presidenza spesso vacante per mesi o anni — è il risultato di questa paralisi. Ma attenzione: non è il sistema in sé il problema, quanto il suo utilizzo da parte di oligarchie che hanno preferito il potere personale alla tenuta dello Stato. Il Libano è un messaggio, come diceva Giovanni Paolo II, ma se il messaggio non ha uno Stato che lo veicoli, resta un grido nel deserto.»

Il ruolo dei Cristiani e l’eredità dei Gemayel

Lei ha legami strettissimi con il mondo cristiano maronita. Qual è oggi il ruolo dei cristiani in questa crisi?

«I cristiani, e i maroniti in particolare, sono storicamente il perno della sovranità libanese. Senza una forte presenza cristiana, il Libano perde la sua specificità e diventa una provincia di altre potenze regionali. Oggi la comunità cristiana è preoccupata: vede i propri giovani emigrare in massa. Se il Libano si svuota della sua componente cristiana, finisce l’esperimento di coesistenza che lo ha reso unico. La famiglia Gemayel, ha pagato un prezzo altissimo di sangue per difendere questa identità. Ancora oggi, la sfida è mantenere l’unità nazionale senza cadere nella tentazione di isolarsi.»

C’è chi teme che la tensione tra Hezbollah e le comunità cristiane possa sfociare in nuovi scontri interni. È un rischio reale?

«Il rischio di una “balcanizzazione” del Paese esiste sempre quando lo Stato è assente. I cristiani chiedono legalità, istituzioni forti e neutralità rispetto ai conflitti regionali. Non vogliono essere trascinati in guerre che non appartengono alla vocazione del Libano. Il Patriarca maronita Rai è stato chiarissimo su questo: serve una conferenza internazionale che garantisca la neutralità del Paese. Senza questo, il Libano sarà sempre il campo di battaglia di altri.»

L’Economia del Baratro

Dal punto di vista economico, il 2026 segna un altro anno di bilanci lacrime e sangue. C’è una via d’uscita o il default è ormai irreversibile?

«Il default finanziario è già avvenuto, quello che dobbiamo evitare è il default sociale. Serve una riforma bancaria radicale e, soprattutto, la restituzione dei risparmi ai cittadini. Non si può ricostruire la fiducia se si derubano i risparmiatori. L’Europa, e l’Italia in particolare, dovrebbero farsi promotrici di un “Piano Marshall per il Cedro”, vincolato però a riforme vere, non a promesse elettorali. Abbiamo bisogno di investimenti in infrastrutture, a partire dal porto di Beirut, che è ancora una ferita aperta nel cuore della città.»

Lei ha scelto di restare in Libano anche nei momenti più bui, nonostante gli appelli a rientrare in Italia. Perché?

«Perché il Libano ti entra dentro. È una questione di dignità e di appartenenza. Non si scappa quando la propria famiglia e i propri amici sono in difficoltà. Restare significa testimoniare che c’è ancora speranza, che Beirut può tornare a splendere. Mia moglie, i miei figli, i miei affetti veri sono qui. Rinunciare al Libano significherebbe rinunciare a un pezzo della nostra civiltà mediterranea. E per me all’intima essenza della mia anima affettiva, intesa quale l’amore coniugale e, principalmente, genitoriale. Ciao sono pure i valori del mio profondo credo cattolico, indipendentemente dalla vita laica»

Un’ultima domanda: cosa dovrebbe fare il governo italiano per aiutare concretamente il Libano oggi?

«L’Italia è il primo partner commerciale e ha un legame storico unico con il Libano. Non bastano i soldati nella missione UNIFIL, che pure sono fondamentali. Serve un’iniziativa politica forte a Bruxelles. L’Italia deve spiegare all’Europa che se il Libano crolla, l’intera sponda sud del Mediterraneo diventa instabile, con conseguenze migratorie e di sicurezza incalcolabili. Bisogna sostenere le istituzioni educative e sanitarie, che sono in gran parte gestite dalla Chiesa e dalle comunità religiose, perché sono l’unico welfare rimasto ai libanesi.»

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