di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista
C’è qualcosa di profondamente filosofico nelle emergenze sanitarie moderne: più il rischio è invisibile, più il costume deve essere teatrale. La foto dello sbarco a Tenerife sembra infatti diretta da un Kafka con consulenza Netflix.
In primo piano abbiamo il reparto “fine della civiltà”: tute integrali, cappucci, guanti, visiere, sovrascarpe. Gente che pare pronta a recuperare un frammento alieno precipitato nel porto. Dietro, invece, compare lui: l’uomo in camicia blu e mascherina chirurgica. Immobile. Pacifico. Quasi annoiato. Sembra lì per verificare se il catering è arrivato.
L’effetto finale è straordinario perché involontariamente rivela una delle grandi verità contemporanee: il rischio biologico non viene percepito in base alla trasmissione del virus, ma alla scenografia del protocollo. Michel Foucault avrebbe probabilmente sorriso davanti a questa immagine. Non tanto per il virus, quanto per la coreografia del controllo.
“Il potere,” avrebbe forse scritto oggi, “non si limita a proteggere i corpi: li veste.” E in effetti la fotografia racconta due universi paralleli:
– da una parte il cinema pandemico;
– dall’altra la riunione delle 15:30 con verbale finale e distributore d’acqua tiepida.
La cosa più comica è proprio la coesistenza estetica dei livelli di protezione.
Perché se il pericolo è davvero da tuta NBC, allora la chirurgica dietro diventa una specie di amuleto amministrativo. Non protegge dal virus: protegge dal verbale. È il trionfo della burocrazia immunologica: la sicurezza non è più una misura uniforme, ma una gerarchia estetica. Nietzsche sosteneva che ogni epoca ha i suoi sacerdoti. Nel XXI secolo li abbiamo sostituiti con il responsabile protocolli DPI.
E la foto sembra proprio una liturgia contemporanea:
– i sacerdoti in azzurro celebrano il rito della biosicurezza;
– l’uomo in camicia blu rappresenta invece la fede assoluta nel potere del badge identificativo.
Perché il badge, nel profondo immaginario amministrativo, è una barriera immunitaria superiore alla filtrazione FFP3. Non sei esposto: sei autorizzato.
La scena diventa quasi metafisica.
Il virus, secondo questa grammatica visiva, non si diffonde tramite droplets o contatti stretti. No. Il virus valuta il ruolo aziendale. Contempla la situazione. Consulta il mansionario. Poi decide:
“Tecnico operativo in tuta? Attaccabile.”
“Funzionario con camicia e pass? Intoccabile.”
Siamo oltre la medicina. Siamo nella sociologia teatrale del rischio.
E sia chiaro: la prudenza è sacrosanta. Nessuno pretende che un sospetto hantavirus venga gestito con infradito e sangria. Il problema non è la protezione. Il problema è la dissonanza scenica. Perché la comunicazione pubblica non parla solo con le conferenze stampa: parla soprattutto con le immagini. E questa immagine comunica una frase devastante:
“Non sappiamo bene quanto serva tutto questo, ma nel dubbio facciamolo sembrare importante.” La sanità contemporanea non deve soltanto funzionare: deve apparire funzionante. E niente comunica autorevolezza come sette persone bardate da apocalisse virale attorno a un uomo che sembra attendere l’ispettore del Wi-Fi.
Il dettaglio sublime è proprio l’asimmetria. Perché l’occhio umano non legge i protocolli: legge i simboli. E i simboli qui gridano:
– “Emergenza biologica estrema!”
– “Però non per tutti.”
È la stessa logica dei film catastrofici dove il protagonista entra nel laboratorio segreto con una semplice cartellina sotto braccio mentre attorno tutti indossano respiratori industriali. Lui è salvo perché ha il ruolo narrativo corretto.
Forse è questa la vera evoluzione della comunicazione sanitaria: non più informare sul rischio, ma produrre una liturgia visiva del rischio.
Una sorta di teatro sanitario postmoderno dove: la tuta serve anche come messaggio; la visiera come simbolo morale; e la chirurgica come concessione diplomatica alla normalità. La fotografia di Tenerife, involontariamente, diventa allora un’opera d’arte contemporanea. Titolo possibile: “Aspettando il contagio, ma con differenti livelli contrattuali.”
SIPARIO
(*) Giornalista
