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L’Opinione – Le piazze e il grande equivoco: quando la protesta diventa strumento

di Riccardo Bizzarri (*)

Le immagini delle piazze infiammate negli ultimi giorni hanno dominato i notiziari. Si parla di Gaza, di crisi internazionali, di malessere sociale. Ma fermarsi a questa superficie rischia di essere fuorviante: dietro la rabbia espressa dai cortei e dalle mobilitazioni può esserci qualcosa di più ampio. Con tutta probabilità c’è una regia, ci sono dinamiche che trasformano la protesta in leva di destabilizzazione.

Secondo uno studio pubblicato su Nature da Vosoughi, Roy e Aral (MIT, 2018), le fake news politiche si diffondono sui social con una velocità e una profondità superiori a quelle delle notizie verificate. Non è un dettaglio tecnico: significa che le narrazioni più estreme e sensazionalistiche hanno più probabilità di arrivare in piazza rispetto alle ricostruzioni pacate e complesse. È così che un corteo nato da motivazioni genuine può trasformarsi in megafono di messaggi manipolati.

Gli algoritmi delle piattaforme digitali spingono verso contenuti che generano reazioni emotive forti. Rabbia e paura si cliccano di più, e finiscono per colonizzare il dibattito pubblico. L’effetto è la nascita di “bolle informative”: chi già diffida delle istituzioni troverà nei propri feed centinaia di conferme, rinforzando convinzioni e alimentando polarizzazione. Il passaggio dalla rete alla piazza è allora naturale: le persone si muovono convinte di difendere una verità, quando in realtà rispondono a un flusso di contenuti selezionati da un algoritmo.

Gli studiosi dei movimenti sociali lo sottolineano da tempo: minoranze organizzate possono infiltrarsi nelle manifestazioni e restano una tattica presente e documentata. Il risultato è che un evento pacifico rischia di degenerare, cambiando la percezione mediatica e politica dell’intera mobilitazione.

Chi ci guadagna in questo? La domanda più delicata. La tensione in piazza porta quasi sempre a un cambio dell’agenda politica: l’opinione pubblica si concentra sul tema della sicurezza e della gestione dell’ordine, più che sulle ragioni della protesta. Questo effetto può fare comodo a diversi attori che ben conosciamo e che cavalcano il malessere.

Ogni volta che la protesta viene percepita come manipolata, la fiducia dei cittadini cala. Chi manifesta pacificamente si sente tradito, chi osserva da fuori si convince che “sono tutti violenti”, mentre le istituzioni faticano a distinguere tra dissenso legittimo e disordini indotti. La democrazia, invece, vive proprio della possibilità di manifestare senza paura di essere strumentalizzati.

Non si tratta di negare le piazze né di criminalizzare il dissenso, ma di fare luce sui meccanismi che ne distorcono il senso. Servono media più rapidi nel fact-checking, cittadini più consapevoli nel riconoscere la disinformazione, istituzioni trasparenti nella gestione delle manifestazioni.

Perché la vera minaccia non è la protesta: è il cortocircuito tra rabbia autentica e manipolazione organizzata. Ed è lì che si gioca la tenuta democratica di un Paese.

(*) giornalista

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