di Riccardo Bizzarri (*) Giornalista
C’è un errore di fondo nella narrazione dominante della geopolitica contemporanea: continuiamo a guardare dove il rumore è più forte, non dove si decide davvero il gioco. Lo Stretto di Hormuz riempie i titoli, agita i mercati, mobilita flotte. Ma proprio per questo è diventato prevedibile. Quasi rituale. Una minaccia annunciata, studiata, persino metabolizzata.
Il punto è che il vero baricentro strategico si è già spostato. Solo che lo ha fatto senza clamore. E chi osserva con attenzione ha notato un dettaglio che dettaglio non è: l’accordo militare tra Stati Uniti e Indonesia. L’accordo silenzioso che vale più di una portaerei Non è stato presentato come una svolta epocale. Nessuna conferenza spettacolare, nessuna retorica da alleanza storica.
Eppure, quell’intesa rappresenta una delle mosse più sofisticate della strategia americana recente.
Perché l’Indonesia non è un alleato qualsiasi. È una cerniera geografica. È una chiave di accesso.
È, soprattutto, una leva.
Chi controlla o anche solo influenza Jakarta, si avvicina al controllo del punto più sensibile dell’intero sistema commerciale globale: lo Stretto di Malacca (nella foto). Se Hormuz è il cuore energetico del Novecento, Malacca è il sistema nervoso del XXI secolo. Qui non passa solo petrolio, idrocarburi o fertilizzanti qui passa globalizzazione.
- oltre un quarto del commercio mondiale
- oltre il 40% del traffico marittimo
- la linfa vitale dell’industria asiatica
E soprattutto passa la dipendenza strutturale della Cina. Pechino lo sa. Non a caso parla da anni di “Malacca Dilemma”: la consapevolezza che la propria potenza economica poggia su un corridoio fragile, stretto, esposto. Un corridoio che altri possono chiudere. Qui il ragionamento si fa meno rassicurante. E se le crisi ricorrenti nello Stretto di Hormuz non fossero solo crisi?
E se fossero anche test operativi? Test di:
- reazione dei mercati
- gestione del panico energetico
- coordinamento militare multilaterale
- resilienza logistica
Hormuz come teatro di addestramento. Malacca come scenario reale.
Non è necessario credere a una regia occulta per cogliere la logica: le potenze imparano dove possono permettersi di sbagliare. E oggi Hormuz è un errore gestibile. Malacca no.
La differenza tra il Novecento e oggi è sottile ma decisiva. Una volta il potere era occupare territori.
Oggi è controllare flussi. Non serve bloccare davvero Malacca. Sarebbe un atto di guerra totale peggio di una bomba atomica. Basta dimostrare che, in caso estremo, si può fare.
Questa è la nuova deterrenza: non nucleare, non territoriale, ma sistemica. Una deterrenza che agisce sulle aspettative: delle imprese, dei mercati e degli Stati
E che trasforma uno stretto in una minaccia permanente. La grande contraddizione cinese è tutta qui:
la potenza industriale più grande del mondo dipende da una delle infrastrutture più vulnerabili del pianeta. Se Malacca si fermasse: le fabbriche rallenterebbero, le esportazioni collasserebbero e l’energia diventerebbe un problema immediato
Non è un rischio teorico. È una vulnerabilità strutturale. Ed è esattamente su questo che si gioca la partita. Il mondo che sta emergendo non è più organizzato attorno ai confini, ma attorno ai passaggi obbligati. Hormuz, Suez, Panama, Malacca, Formosa.
Non sono più solo luoghi. Sono interruttori del sistema globale.
E gli Stati Uniti, con una mossa apparentemente secondaria come l’accordo con l’Indonesia, stanno posizionando la mano su uno di questi interruttori. Secondo Voi lettori si può liquidare tutto come una lettura eccessiva? A mio avviso no. Perché le grandi strategie non vengono annunciate quando accadono e molto spesso vengono capite dopo.
E quando saranno evidenti, sarà troppo tardi per considerarle “ipotesi”.
