di Giulia Rocchetti
Tra crisi energetiche e tensioni geopolitiche, Donald Trump torna a intervenire sul rapporto tra Stati Uniti, Cina e Iran, rivelando un recente scambio epistolare con il presidente cinese Xi Jinping. Intervistato da Fox News, il presidente Usa ha raccontato di aver chiesto a Xi di non fornire armi a Teheran, dopo aver ricevuto informazioni in tal senso: «Gli ho scritto una lettera chiedendogli di non farlo» ha spiegato, e ha poi aggiunto che la risposta del leader cinese sarebbe stata rassicurante. «Mi ha detto, in sostanza, che non lo sta facendo».
L’Iran rappresenta uno snodo centrale nelle dinamiche globali, sia per il ruolo energetico sia per le tensioni militari che attraversano il Medio Oriente. Qualsiasi ipotesi di sostegno militare esterno a Teheran, in particolare da parte di una potenza come la Cina, rischierebbe di spostare gli equilibri già precari della regione. Trump ha sottolineato il tono personale e diretto dello scambio con Xi, parlando di una «bellissima lettera» ricevuta. Un linguaggio che richiama una strategia comunicativa fatta di rapporti bilaterali gestiti anche attraverso contatti diretti tra capi di Stato. Le dichiarazioni pubbliche non bastano a dissipare i sospetti che minano la già scarsa fiducia reciproca tra Washington e Pechino.
Sul piano della sicurezza, il presidente americano ha affrontato anche il tema degli attacchi informatici, dopo che recenti intrusioni nelle reti dell’Fbi sono state attribuite a hacker cinesi. La risposta di Trump è stata netta e, per certi versi, disincantata: «Noi lo facciamo a loro. Loro lo fanno a noi. È così da molto tempo». Una dichiarazione che conferma, senza particolari ambiguità, l’esistenza di una guerra cibernetica latente tra le due potenze, combattuta lontano dai riflettori ma ormai strutturale nei rapporti internazionali. Trump non ha voluto entrare nei dettagli di eventuali operazioni recenti condotte dagli Stati Uniti contro obiettivi cinesi, mantenendo una linea di ambiguità operativa, ma il riconoscimento implicito della reciprocità delle azioni segna un punto politico rilevante.
La dimensione cyber si intreccia poi con quella economica. Nel corso dell’intervista, Trump ha ribadito la sua linea dura nei confronti della Cina, rivendicando le misure protezionistiche adottate durante il suo mandato. «Sono la persona più dura al mondo nei confronti della Cina» ha dichiarato, ricordando l’imposizione di dazi fino al 100% sulle auto cinesi. «Non abbiamo una sola auto cinese in tutto il Paese». Una lettura che contrappone la situazione americana a quella europea, descritta come più vulnerabile all’ingresso dei prodotti cinesi: «Se si guarda all’Europa, sono sommersi dalle auto cinesi che stanno mettendo in ginocchio le loro case automobilistiche». Le parole di Trump riflettono una visione consolidata nella politica estera statunitense, in cui la competizione con la Cina si gioca su più livelli: commerciale, tecnologico, militare e comunicativo. Il dossier iraniano rappresenta un punto di frizione, capace di collegare le tensioni mediorientali alla rivalità tra grandi potenze. Resta da vedere quale sarà l’esito dell’incontro previsto tra Trump e Xi a Pechino, annunciato per metà maggio. Un appuntamento che potrebbe offrire l’occasione per chiarire le rispettive posizioni, ma che si inserisce in un contesto internazionale sempre più segnato da diffidenze reciproche e competizione strategica.
