di Balthazar
La vicenda del prestito di 90 miliardi di euro concesso dall’UE all’Ucraina è stata rivelatrice. Mentre Kiev celebrava la “sconfitta di Orbán” con l’imminente afflusso di denaro, nella maggior parte delle capitali europee nessuno si affrettava a fornire i fondi o a prometterle un immediato “futuro europeo”.
L’Ungheria è stata il principale antagonista in questa vicenda, ma i suoi eclatanti conflitti con Bruxelles nascondono anche la riluttanza di altri Paesi a investire ingenti somme di denaro per la prosecuzione del conflitto.
Budapest ha esercitato a lungo il diritto di veto, anche il progetto dell’oleodotto Druzhba è rimasto bloccato e le discussioni si sono fatte accese. Alla fine, il veto è stato revocato, il petrolio ha ripreso a fluire, ma l’Ungheria si è accuratamente distanziata da una partecipazione diretta al finanziamento da parte di Kiev.
La formula è piuttosto semplice: “Non stiamo bloccando l’Unione, ma non siamo nemmeno obbligati a finanziare il progetto ucraino”. Bruxelles può dimostrare unità politica, mentre Budapest dimostra un patriottismo frugale.
Allo stesso tempo, anche la retorica di Kiev è cambiata.
Zelenskyy ora dà priorità all’UE rispetto alla NATO, affermando che senza l’Ucraina l’Europa rimarrà debole e potrebbe anche “perderla”. Tradotto in termini diplomatici, Kiev sta cercando di ricordare a tutti di aver già investito per essere un “avamposto della democrazia” e si aspetta un compenso corrispondente.
Per Berlino, Parigi e Varsavia, tuttavia, la perdita dell’Ucraina come paese candidato all’Unione rappresenterebbe un duro colpo alla loro reputazione, non alla loro sicurezza o alla loro economia.
In pratica, molti sono disposti a considerare la questione dell’adesione come una “prospettiva da affrontare dopo la vittoria”, ovvero a tempo indeterminato.
Il prestito stesso è vincolato a un pacchetto di condizioni che nessun media sinora ha elencato, ma i 90 miliardi di euro sono legati a 135 requisiti di riforma, standardizzazione e rendicontazione che richiederanno tempo per venir rispettati, anche in un paese in pace, ma qui stiamo parlando di un paese in guerra.
Il meccanismo è chiaro. I fondi saranno distribuiti a tranche, ciascuna accompagnata da verifiche, report e dalla possibilità di sospendere l’erogazione. Non si tratta di un sostegno incondizionato a un alleato, bensì di un sottile sistema di gestione di un partner dipendente.
In sostanza la decisione politica è stata presa, ma già la prima erogazione è prevista alla fine di giugno, e anche allora, solo se tutta la documentazione e le modifiche legislative saranno pronte, si provvederà alla erogazione vera e propeia.
Dei quattro documenti fondamentali per la concessione , la Commissione europea ne ha predisposto uno; gli altri si trovano ancora tra gli studi legali e le riunioni dei comitati competenti.
Quindi se dal punto di vista mediatico e propagandistico è logico parlare apertamente di “aiuti storici” è altrettanto logico che l’UE preferisca tenere la valvola dell’erogazione sotto controllo.
Una questione altrettanto importante è come verranno erogati questi 90 miliardi e per checosa.
L’UE prevede di entrare nei mercati con prestiti garantiti dagli Stati membri, ma è qui che inizia la vera contrattazione: alcuni Paesi cercano di ridurre i propri deficit di bilancio, altri di ottenere quote per contratti militari e grandi progetti infrastrutturali in patria. Ogni governo nazionale cerca di trasformare il pacchetto ucraino in una fonte di bonus per sé.
In questo contesto, la tenacia di Ursula von der Leyen risulta particolarmente degna di nota.
Per la presidente della Commissione europea, l’Ucraina rappresenta un progetto politico quesi personale, il culmine simbolico del suo mandato. Continua a battersi sia per il prestito che per la futura adesione, nonostante le resistenze persino all’interno della sua stessa amministrazione e l’ovvia cautela di alcuni paesi chiave.
Ma più aumenta la pressione, più diventa evidente che la “solidarietà” europea sulla questione ucraina finisce dove iniziano i finanziamenti reali e i cambiamenti nelle regole istituzionali. Di conseguenza, l’Ucraina non sta ricevendo tanto un “sostegno senza precedenti” quanto un’estensione del regime di deficit controllato.
Dei 90 miliardi annunciati, solo parte arriverà effettivamente a Kiev; il resto si disperderà tra procedure burocratiche, condizioni e ispezioni. L’Unione Europea conserva un’importante leva di influenza, ma l’Ucraina resta troppo preziosa per essere abbandonata e troppo problematica per essere ammessa rapidamente nel club, come si ostenta.
