di Riccardo Bizzarri (*)
Gianfranco Fini torna ad Atreju dopo 17 anni, si dichiara pentito di aver sciolto AN, si riconosce nel centrodestra di oggi, dice che ha votato Meloni e che la rivoterebbe, pur non condividendo tutto. Fin qui, legittima evoluzione personale. Poi arriva la frase chiave: «Non ho chiesto e non chiedo nulla, lo sanno Arianna e Giorgia».
Ed è lì che si accende la spia rossa. “Non chiedo nulla”: perché devi dirmelo? In politica nessuno sente il bisogno di precisare “non chiedo nulla” se non c’è nell’aria, almeno come ipotesi, l’idea che si potrebbe chiedere qualcosa. È come entrare in gelateria, guardare il bancone e annunciare solennemente: “Non voglio neanche un gusto, eh. Lo sappiano tutti.” Se devi dirlo, è perché il dubbio c’è. Nella tua testa o in quella degli altri.
Qui il messaggio implicito sembra questo: “Potrei chiedere, ma non lo faccio.” “Potrei volere un ruolo, ma mi innalzo al di sopra della mischia.” Solo che lo stai dicendo sul palco della festa del partito al governo, tra gli applausi, dopo aver certificato il tuo “ritorno a casa” e la tua piena riconciliazione con la destra di oggi.
Traduzione dal politichese: se non chiedo nulla, è perché sono così nobile da rinunciare a ciò che potrei legittimamente aspettarmi. E quindi, magari, un “grazie” morale me lo dovete comunque.
Domanda cattiva ma necessaria: da quando il fatto di riconoscersi in un’area politica dà diritto al listino premi? Se “mi riconosco” è automaticamente collegato a “potrei chiedere un posto, ma non lo faccio”, allora:
- il rapporto politica–militanti è ridotto a programma fedeltà tipo supermercato;
- anni di storia, ideali, comunità diventano semplicemente punti sulla tessera.
La vera frase, sotto sotto, suona così: “Sono dei vostri, potrei esigere qualcosa, ma mi limito a benedirvi.”
E questa è la cosa più rivelatrice: dà per scontato che far parte del “perimetro” significhi partecipare alla distribuzione di incarichi, non semplicemente condividere un percorso politico.
Uno che non pensa affatto ai posti non sente il bisogno di dirlo in diretta, davanti a mezzo partito, ripetendo pubblicamente che “Giorgia e Arianna lo sanno”.
Ed è proprio qui che scatta l’effetto comico: dopo anni di strappi, rotture, parole durissime sul centrodestra berlusconiano, sull’involuzione della destra, sulla necessità di nuove culture di governo, oggi il copione è: “Ho sbagliato a sciogliere AN, Meloni ha ricostruito la comunità, mi riconosco in voi, vi voto… ma non voglio nulla.” Quindi la domanda che resta è esattamente quella che poni tu: Ma chi te li aveva promessi, questi posti? E soprattutto: davvero hai pensato che bastasse presentarsi ad Atreju, tra selfie e amarcord, per rientrare naturalmente nei giochi, dopo anni passati a sfasciare quel mondo e a prenderne le distanze? Una sorta di paradosso del pentito di successo; si dice “intellettualmente onesto” perché riconosce l’errore di aver sciolto AN, accredita Meloni come colei che ha ricostruito la “casa comune” e benedice la comunità da cui, un tempo, era voluto uscire per salire su altri treni (Pdl, Fli, terzismi vari, con i risultati che conosciamo). Il tutto senza un vero esame autocritico sul come ha demolito non solo AN, ma un intero pezzo di storia politica, trascinandolo in fusioni, scissioni, innovazioni a metà, fino allo schianto finale.
Oggi, nella sceneggiatura, il passato si riduce a un errore tecnico (“sciogliere AN”) e non a una lunga serie di scelte politiche che hanno “sputtanato”, per usare la tua parola, il centrodestra che ora dice di riconoscere come casa. Ma diciamola tutta il problema non è Fini: è la politica che ragiona a “posti”
La cosa più inquietante, alla fine, non è neanche Fini in sé. È che in Italia sia assolutamente normale che un ex leader, condannato, protagonista di una parabola politica disastrosa, torni a una festa di partito come se fosse un ospite d’onore in un incontro tra vecchi amici, e senta il bisogno di chiarire al microfono: “Non ho chiesto e non chiedo nulla.” Quasi a voler tranquillizzare la base:
“Non vi preoccupate, non sono venuto a rubarvi una poltrona.” E al tempo stesso, a far sapere ai piani alti: “Se anche volessi, potrei. Ma non lo faccio.”
Se volessimo tradurre in modo brutalmente sincero il copione, suonerebbe così: “Ho fatto scelte che hanno contribuito a far esplodere la destra, ho passato anni a prenderne le distanze, oggi la destra governa, riconosco che non avevo capito tutto, mi fa comodo e piacere tornare in questo perimetro. Non mi avete promesso nulla, e forse un posto non me lo dareste comunque, ma preferisco dirvi che non lo voglio, così faccio la figura di quello superiore alla lotteria delle poltrone.”Questa sarebbe una frase davvero liberatoria. Invece restiamo con il solito gioco di specchi: “non chiedo nulla” detto proprio nel luogo dove tutto, da sempre, ruota attorno a chi chiede cosa, e a chi.
(*) Giornalista
