di Michele Rutigliano (*)
In questi ultimi venticinque anni, tutto possiamo dire di questa seconda Repubblica, tranne che sia stata generosa nei confronti del nostro Mezzogiorno. In questa constatazione, non credo che centri molto il fatalismo né il vittimismo né tantomeno il solito piagnisteo meridionale. Venticinque anni sono un quarto di secolo; c’è poco da disquisire. Si poteva fare tanto e invece è stato realizzato poco o nulla. Per tutti quelli che vorranno indagare e conoscere le reali condizioni in cui versa il Sud, parlano i risultati. Tutti i Governi che si sono succeduti, di centrosinistra o di centrodestra, di salute pubblica o del Presidente, non hanno raggiunto nessuno dei grandi obiettivi che si erano proposti. Hanno promesso sviluppo, coesione e rilancio; ma i risultati dove sono? Se guardiamo i dati e soprattutto la realtà quotidiana delle aree interne del Mezzogiorno, il bilancio appare molto, molto deludente. Il divario economico e sociale tra Nord e Sud non solo non si è ridotto, ma, in molti casi si è addirittura ampliato. Lo spopolamento continua, l’inverno demografico avanza, i giovani – spesso i più qualificati – lasciano i loro territori senza farvi ritorno. Il problema, allora, non è soltanto economico. È anche sociale, culturale e, in un certo senso, anche antropologico. Interi paesi del Mezzogiorno stanno perdendo identità, relazioni, memoria. Le scuole chiudono per mancanza di iscritti, i servizi arretrano, le attività economiche si riducono al minimo. È un lento svuotamento che rischia di diventare irreversibile se non si interviene con una strategia radicalmente nuova.
Case, fiscalità e lavoro: le leve per ripopolare
Per invertire la rotta serve una svolta netta rispetto alle politiche del passato. Non bastano incentivi episodici o misure frammentarie. Occorre un progetto organico che renda nuovamente attrattivi i piccoli centri del Mezzogiorno. Una prima leva è quella abitativa: migliaia di immobili inutilizzati possono essere messi a disposizione gratuitamente o a condizioni simboliche per giovani, famiglie e lavoratori disposti a trasferirsi nei borghi. La casa deve diventare un diritto di cittadinanza attiva, non un costo insostenibile. Accanto a questo, è indispensabile una fiscalità di vantaggio vera, non di facciata: esenzione dalle imposte locali e regionali per i primi anni, semplificazione burocratica, incentivi automatici per chi avvia un’attività. Ma soprattutto serve un sostegno concreto all’imprenditorialità: contributi a fondo perduto e strumenti di microcredito per chi investe in agricoltura innovativa, turismo sostenibile, artigianato, servizi digitali e professioni. Il Mezzogiorno può diventare un laboratorio di nuova economia, anche grazie allo sviluppo del lavoro da remoto. Ma questo richiede infrastrutture digitali efficienti e connessioni veloci: senza queste condizioni, ogni strategia rischia di restare sulla carta.
Servizi essenziali e qualità della vita
Nessuno sceglierà di vivere in un piccolo centro se mancano servizi fondamentali. La vera sfida è garantire scuola, sanità e mobilità. Difendere e innovare la presenza scolastica nei borghi è decisivo, così come rafforzare la sanità territoriale e introdurre modelli avanzati come la telemedicina. I trasporti rappresentano un altro nodo cruciale: collegamenti più rapidi ed efficienti con i centri urbani possono ridurre l’isolamento e rendere sostenibile la vita nelle aree interne. In questo quadro, la qualità della vita – ambiente, sicurezza, relazioni sociali – può diventare un punto di forza competitivo del Mezzogiorno, se accompagnata da servizi adeguati.
Un grande patto per il ritorno e il futuro
Il Mezzogiorno ha anche una risorsa straordinaria: milioni di persone originarie del Sud che vivono altrove, in Italia e in Europa. Molti di loro sarebbero disposti a tornare, a condizione di trovare opportunità reali. Per questo è necessario costruire una strategia nazionale e regionale che favorisca il rientro: pacchetti integrati che uniscano casa, lavoro e incentivi economici. Ma tutto questo richiede una forte assunzione di responsabilità politica. Serve un grande patto tra istituzioni, imprese, sindacati e comunità locali per fermare il declino demografico e rilanciare il Sud. Non più interventi straordinari e temporanei, ma una politica strutturale, stabile e verificabile nel tempo. Dopo venticinque anni di promesse mancate, il Mezzogiorno non può più permettersi di aspettare. O si cambia radicalmente approccio, oppure lo spopolamento diventerà un destino irreversibile. Ma se si avrà il coraggio di investire davvero su questi territori, il Sud potrà tornare a essere non un problema, ma una grande opportunità ed una eccellente risorsa per i giovani e per il futuro del nostro Paese.
(*) Giornalista
