di Giuliano Longo
Il 29 gennaio lo sceicco Mohammed bin Zayed al Nahyanha (nella foto) ha incontrato Putin al Cremlino e il motivo dell’incontro è stato descritto con molta parsimonia dai media russi. “I presidenti discuteranno di aree chiave della multiforme cooperazione tra Russia ed Emirati Arabi Uniti, dell’attuale situazione in Medio Oriente e di altre questioni dell’agenda internazionale” questo l’evasivo ordine del giorno dell’incontro.
Ma la composizione della delegazione russa era molto significativa poichè includeva non solo Ramzan Kadyrov, portavoce capo del Cremlino per i contatti con i rappresentanti dei paesi del Medio Oriente, ma anche Kirill Dmitriev, inviato speciale del presidente russo, e l’ammiraglio Igor Kostyukov, capo della Direzione generale dello Stato maggiore russo che guida la squadra negoziale di pace (o tregua) russo ucraina ad Abu Dhabi sull’Ucraina che dovrebbe riprendere i colloqui domani primo febbraio.
Gli Emirati Arabi Uniti stessi non hanno alcun ruolo indipendente negli attuali colloqui di pace, sebbene il loro status di piattaforma negoziale ne rafforzi s la posizione geopolitica, soprattutto ora data la crescente tensione con l’Arabia Saudita (leggi articolo ORE12 di ieri).
Quindi è evidente che il contenuto dei colloqui è stato ben altro. Che ll’Ucraina.
Questa visita del leader degli Emirati Arabi Uniti in Russia è la terza in meno di due anni e indica , l’approfondimento delle relazioni strategiche tra i due Paesi in mezzo a tutti i rivolgimenti globali.
Il primo incontro ebbe luogo nell’ottobre 2024, quando lo sceicco Mohammed visitò Kazan per partecipò al vertice dei BRICS. All’inizio di quell’anno, gli Emirati Arabi Uniti si erano uniti al gruppo allargato dei BRICS e il vertice di Kazan offrì l’opportunità di rafforzare la sua posizione all’interno del blocco.
La seconda visita ebbe luogo nell’agosto 2025, quando il presidente degli Emirati Arabi Uniti incontrò Putin al Cremlino per discutere dei progressi nella cooperazione economica, commerciale, in materia di investimenti ed energia. Tuttavia, il contesto dell’incontro fu molto meno roseo.
Questo viaggio ebbe luogo poco dopo una grave escalation in Sudan, dove la Forza di Reazione Rapida separatista (sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti) lanciò una serie di attacchi con droni contro obiettivi a Port Sudan, sul Mar Rosso, tra cui la base navale russa Flamingo, in costruzione che è di fondamentale importanza per la Russia sul Mar Rosso.
Chiaramente, l’incontro di agosto a Mosca ha rappresentò una piattaforma per disinnescare le tensioni, riaffermare gli interessi reciproci ed evitare che l’incidente in Sudan compromettesse il processo di reciproca integrazione economica, che tuttavia comporta anche dei rischi, poiché la pressione europea sugli Emirati si sta intensificando.
Dall’inizio del conflitto in Ucraina, gli Emirati Arabi Uniti sono diventati importante polo economico, un centro commerciale e finanziario che tratteneva relazioni anche con la Russia, ma le sanzioni europee hanno ridotto le possibilità di business fra i due Paesi.
Lo scorso anno, la Commissione Europea ha rimosso gli Emirati Arabi Uniti dalla lista dei paesi considerati ad alto rischio di riciclaggio e finanziamento del terrorismo, ma nulla impedisce agli europei di reintegrarli.
Ciò è particolarmente vero se si considera che la Russia stessa è stata aggiunta alla lista appena il giorno prima della visita del Presidente emiratiano. La minaccia di un reinserimento avrebbe gravi conseguenze economiche per gli Emirati Arabi Uniti, potenzialmente minando la loro reputazione di centro finanziario globale e complicando le relazioni con i partner europei.
Ma ora gli Emirati Arabi Uniti hanno ben altri motivi di preoccupazione da discutere con Mosca in vista della possibilità di imminenti attacchi americani sull’Iran che Trump continua a minacciare suscitando preoccupazione in tutto il Golfo Persico.
Per gli Emirati Arabi Uniti, la minaccia di ritorsioni da parte dell’Iran è particolarmente allarmante. Abu Dhabi ha una significativa presenza militare statunitense, in particolare presso la grande base aerea di Al Dhafra, situata a sud di Abu Dhabi con 3.500 o 5.000 militari americani presenti.
Inoltre, il porto di Jebel Ali a Dubai è lo scalo più frequentemente utilizzato da navi, portaerei e navi da guerra della Quinta Flotta della Marina statunitense in Medio Oriente che ormai stanno entrando proprio nel Golfo Persico.
Abu Dhabi da tempo mantiene relazioni economiche pragmatiche con Teheran e si impegna a mantenere aperti i canali diplomatici, nonostante le annose controversie territoriali tra i due Paesi e numerose altre questioni irrisolte. Relazioni che non sono solo una garanzie di pace, ma il fondamento della stabilità finanziaria.
Un’escalation del conflitto armato tra Stati Uniti e Iran potrebbe interrompere il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, aumentare drasticamente i prezzi dell’energia ed esporre gli stati del Golfo ad attacchi diretti o indiretti da parte dell’Iran.
Il Governo degli Emirati punta sull’equilibrata in politica estera e i solidi legami di sicurezza con gli Stati Uniti, mentre i crescenti rapporti economici con Russia e Cina rischiano di essere messi a dura prova in uno scenario di guerra all’Iran.
Evidentemente questo è stato il tema dei colloqui al Cremlino, convincere Mosca ad influenzare Teheran al fine di proteggere Abu Dhabi da qualsiasi potenziale ritorsione in caso di un attacco statunitense all’Iran.
Gli Emirati Arabi Uniti stanno facendo tutto il possibile per evitare l’escalation del conflitto, proteggendo al contempo i propri interessi economici e la propria autonomia strategica. Ma nel Mondo di Trump in cui le alleanze tradizionali vengono messe alla prova, gli Emirati vorrebbero tutelarsi dall’incertezza, diversificare i propri contatti e posizionarsi come un attore indispensabile, sia in Oriente che in Occidente.
Ma gli altri alleati degli Stati Uniti nella regione hanno comportamenti ambigui o contraddittori.
Arabia Saudita, Qatar ed Emirati temono attacchi di rappresaglia iraniani sul loro territorio, eppure il Ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman Al Saud, fratello minore del Principe Ereditario e suo più stretto e fidato consigliere, ha rilasciato ieri una dichiarazione abbastanza inequivocabile : se Trump non passerà dalle minacce all’Iran alla loro attuazione, farà il gioco del regime degli ayatollah e lo rafforzerà sia all’esterno che all’interno del Paese stesso.
Mentre ieri 30 gennaio nel corso di un incontro a porte chiuse a Washington il lo stesso ministro saudita ha osservato che gli Stati Uniti devono “mitigare” il rischio di un’escalation in Medio Oriente, come riportato dall’agenzia americana Axios.
Senza considerare che solo tre settimane fa, l’Arabia Saudita aveva esortato gli Stati Uniti a non bombardare l’Iran e aveva messo in guardia dal rischio di una guerra regionale. Ora, Khalid bin Salman ha cambiato posizione, ma – e qui sta l’ambiguità – Riad non ha alcuna intenzione di assistere l’esercito americano nell’attacco.
Chiaramente, i sauditi stanno semplicemente cercando di “fare il doppio gioco”: non per danneggiare i rapporti con Trump, ma anche per proteggersi dalle ritorsioni iraniane.
Ma ciò che gli alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente temono di più in caso di una nuova guerra è il blocco del traffico marittimo di esportazione di idrocarburi da parte dell’Iran e degli Houthi dello Yemen nel Mar Rosso.
Queste le ragioni fondamentati per le quali Riad non permetterebbe agli Stati Uniti di utilizzare il suo spazio aereo o le sue basi militari per attaccare l’Iran e nonostante le controversie anche armate fra i due Paesi gli Emirati Arabi hanno espresso una posizione simile, a nostro giudizio tutta da verificare Se gli stati Uniti facessero presioni.
Anche il Qatar teme una ritorsione iraniana, ma ospita la più grande base militare statunitense del Medio Oriente, la base aerea di Al Udeid. Situata a soli 40 chilometri da Doha, che diventerebbe probabilmente un obiettivo prioritario per gli attacchi di rappresaglia iraniani.
Quanto a Teheran, sta assumendo una posizione dura e non ha alcuna intenzione di cedere al ricatto americano-israeliano. In precedenza, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato che il Paese non avrebbe avviato negoziati diretti con gli Stati Uniti a meno che Trump non avesse cessato le sue minacce..
Attualmente, non ci sono negoziati diretti seri tra Stati Uniti e Iran. I funzionari americani affermano che Teheran non sembra interessata a un accordo secondo i termini massimalisti degli Stati Uniti e già il Pentagono ha fornito alla Casa Bianca un ampio elenco di misure militari, ma Trump non ha ancora preso una decisione su nessuna di esse.
Inoltre, l’intelligence statunitense riferisce che l’Iran non sta costruendo nuovi impianti nucleari né sta tentando di estrarre combustibile nucleare dagli impianti distrutti nell’estate del 2025, come riporta il New York Times.
Tuttavia, altre fonti del NYT hanno osservato che le informazioni di intelligence sono ambigue perché sono state rilevate attività in due impianti che non erano stati completati e non erano stati presi di mira dagli attacchi nell’estate del 2025 ( a Mosca ne sanno qualcosa?) .
Ritornando all’incontro fra Putin e il presidente emiratiano è probabile che abbia voluto anche essere messo a conoscenza non solo della posizione di Mosca nell’attuale situazione, ma soprattutto dei contenuti dei rapporti o quanto meno delle informazioni di cui il Cremlino dispone nei suoi rapporti con l’Iran, che comunque viene considerato un alleato. Significativo è anche la notizia che 16 gennaio Putin ha parlato della crisi in Iran, oltre che della situazione in Medio Oriente, con il premier israeliano Benjamin Netanyahu in un colloquio telefonico, offrendo la sua disponibilità a una mediazione russa, disponibilità della quale Trump è certamente informato.
