Esteri

Israele si prepara per una base in Somaliland, la Turchia schiera i caccia in Somalia

di Andrea Muratore (*)

Israele non si ferma nel suo rapporto con il Somaliland e dopo aver riconosciuto l’indipendenza dello Stato secessionista dalla Somalia spinge per concretizzare il progetto di una base militare nel Corno d’Africa. Una prospettiva che, se attuata, cambierebbe notevolmente i paradigmi geostrategici e consoliderebbe la proiezione regionale di Tel Aviv, oltre che il braccio di ferro condotto in campo regionale al fianco degli Emirati Arabi Uniti contro il maggior spauracchio dello Stato Ebraico, la Turchia.

L’apertura del Somaliland a Israele

 

Il governo di Hargheisa guidato dal presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi ha aperto la strada all’accordo con Tel Aviv, accogliendo in visita Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, il 6 gennaio scorso. Dal Somaliland il Times of Israel ha raccolto voci che parlano di una discussione su una base militare che “è sul tavolo e in fase di discussione”.

L’International Institute for Strategic Studies (Iiss) ha scritto che, in particolar modo, “la possibilità di operare dall’aeroporto internazionale di Berbera, sul Golfo di Aden, potrebbe essere vantaggiosa per Israele, consentendo all’Aeronautica Militare Israeliana (Iaf) di ampliare la gamma di missioni condotte nella regione e i mezzi impiegati”.

Perché a Israele una base in Somaliland torna comoda

 

Tel Aviv ha spesso messo nel mirino gli Houthi dello Yemen che ne occupano la capitale Sana’a, colpiti con attacchi a lungo raggio compiuti da caccia sostenuti da aerocisterne. Ma, nota l’Iiss, “Berbera dista solo 550 chilometri da Sana’a, mentre l’attuale base in Israele dista almeno 1.800 chilometri, con una riduzione del 70% della distanza”.

La base di Berbera sarebbe strategica anche perché già interessata dagli investimenti emiratini, che l’Iiss ha ricollegato a una possibile procedura di adattamento dell’hub per ospitare un maggior quantitativo di dispositivi militari, munizioni, carburante e altri asset strategici, finora sfruttati da Abu Dhabi nel quadro del ponte aereo per rifornire le Forze di Supporto Rapido impegnate nella guerra civile in Sudan. Lo scenario operativo aprirebbe dunque la strada a uno schieramento degli F-15, F-16 e F-35 di Tel Aviv sul Golfo di Aden, spostando radicalmente gli equilibri di potere nell’area. Il Somaliland percepisce l’avvicinamento a Israele come una forma di tutela della sua autonomia, ma chiaramente il balzo in avanti di una base militare di Tel Aviv non sarà da compiere a cuor leggero.

Per Hargheisa, che in 35 anni di sostanziale autonomia è riuscita a costruire un esperimento democratico virtuoso e un sistema ben più stabile di quello facente riferimento al governo di Mogadiscio, entrare nella condizione di protettorato militare israeliano (ed economico emiratino) potrebbe risultare destabilizzante, creando le condizioni per identificare il Somaliland come una scheggia impazzita nella regione.

L’alt della Turchia e gli F-16 in Somalia

 

Chi vuole prevenire lo schieramento israeliano nell’area, e sta mandando messaggi chiari, è la Turchia prima patrona della Somalia e rivale dell’asse Abu Dhabi-Tel Aviv, che vede come una minaccia nella partita a scacchi regionale con i Paesi rivali proprio l’avanzamento in quello che ritiene essere un suo cortile di casa. Mercoledì 28 gennaio, non a caso, tre caccia F-16 e due elicotteri d’attacco turchi sono giunti a Mogadiscio per sostenere le operazioni somale contro i jihadisti di Al-Shabaab.

La mossa mira a rafforzare il governo centrale somalo, ma anche a mandare un messaggio chiaro a chiunque voglia mettere piede nel Corno d’Africa circa le effettive mire turche e la volontà di difendere uno spazio di proiezione strategica. Ankara segnala che la sua presenza è reale, non ipotetica. E che difficilmente un avanzamento di Tel Aviv nell’area avverrà indisturbato. Parliamo dell’ennesima tappa di una rivalità senza limiti che dalla Siria al Sudan, da Cipro alla Somalia, va sommando scenari di scontro. E pone la Turchia e Israele, sostenuta da Abu Dhabi, su una rotta di collisione che può in prospettiva aprire la strada a un confronto ben più muscolare dell’attuale braccio di ferro.

 

(*) InsideOver

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