di Andrea Muratore (*)
Il mondo rischia di restare a corto di caffè? Il 2025 si preannuncia destinato a essere un annus horribilis per la produzione di questo bene agricolo estremamente popolare e il combinato disposto tra tensioni commerciali e crisi ambientali rischia di produrre effetti strutturali.
Negli ultimi giorni a fare da “pompieri” sono arrivati Donald Trump e Luis Inacio Lula da Silva, che si sono incontrati mentre si trovavano entrambi in Malesia per aprire un dialogo tra Stati Uniti e Brasile e risolvere le problematiche tariffarie (Washington ha imposto al gigante latinoamericano dazi al 50%). Un dato che ha raffreddato le tensioni sul caffè, portando il prezzo dei futures poco sotto i 4 dollari a libbra.
Il caffè in volo
Un piccolo passaggio positivo dopo settimane di caos. In generale, il prezzo del caffè è salito del 55% in un anno, del 40% da agosto ed è triplicato in tre anni. Dietro ogni tazzina (e il tema dei rincari del caffè al banco tiene banco, soprattutto in Italia) c’è dunque una complessa partita geoeconomica. La notizia è che qualsiasi annuncio Trump e Lula possano fare, l’effetto sarà solo un sollievo temporaneo: la vera sfida si gioca altrove, sul piano dell’offerta. La produzione è in calo e c’entra, soprattutto, una pesante siccità che ha colpito il Brasile.
Si prevede, per il 2025, che la produzione globale di caffè sia influenzata soprattutto dal calo netto del Brasile, che ne produce il 37% su scala globale. Il raccolto 2025 è dato dall’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica in calo da 61,1 milioni di sacchi (3,7 milioni di tonnellate) a 56,8 (3,4 milioni di tonnellate), un calo del 7% che si concentra nelle qualità più pregiate e destinate all’export: con 2,2 milioni di tonnellate, l’Arabica, la qualità più scambiata, è calata del 12,5%.
Come nota il think tank Tridge, “il calo è trainato dal Minas Gerais, responsabile di quasi il 70% del raccolto nazionale di questa varietà, la cui produzione dovrebbe scendere a 25,7 milioni di sacchi (-7,5% rispetto all’anno precedente)”. Il Vietnam, responsabile del 17% della produzione globale di caffè, mette in conto un potenziale -12% alle esportazioni nella raccolta 2025-2026.
Zero Hedge nota che il possibile sollievo dato da Trump a Lula potrebbe essere temporaneo perché “sta per iniziare la prossima spinta verso il traguardo dei 5-6 dollari a libbra. Certo, qualsiasi cambiamento nella politica tariffaria potrebbe ritardare questa spinta, ma sarà di breve durata perché il caffè non c’è”.
La filiera sarà sempre più sotto stress
Questo dato può impattare l’intera industria della trasformazione, a partire dalla filiera italiana che nel 2024 ha avuto un anno record per l’esportazione del caffè tostato (4,36 miliardi di euro di valore), quarto prodotto per contributo alla filiera agroalimentare che alimenta un export delle imprese su livelli record. Roma è, con la Germania, ai vertici delle classifiche dell’Unione Europea per produzione di caffè, ma dipende chiaramente molto dalla materia prima.
Negli anni a venire, il percepito è che il mercato del caffè sarà condizionato da queste dinamiche. Lo ha scritto con dovizia di particolari l’Istituto Affari Internazionali: “Entro il 2050, le aree disponibili per la produzione di caffè potrebbero essere la metà di quelle attuali, e questo colpirà in modo sproporzionato la varietà arabica, la più popolare a livello globale” in un contesto in cui “il cambiamento climatico favorisce la diffusione di parassiti e malattie, come la mortale ruggine del caffè che ha danneggiato gravemente il 70% delle piantagioni nei Caraibi e in America Centrale nel 2011”. Insomma, le nostre tazzine potrebbero diventare sempre più bollenti. E, di conseguenza, care.
(*) InsiderOver
