di Giuliano Longo (*)
Non è la loro guerra. Ma sta diventando il loro incubo politico ed economico. I leader mondiali che si sono opposti all’attacco israelo-americano all’Iran stanno subendo l’ira “funesta” di Trump per la loro mancata partecipazione al conflitto.
Anche i leader che hanno cercato di influenzare il comportamento di Trump durante il suo secondo mandato, stanno reagendo al suo palese disprezzo che viola ogni regola – se non del Diritto internazionale- di un minimo decenza diplomatica.
Giorgia Meloni ha definito “inaccettabili” gli attacchi al Papa. Il primo ministro britannico Keir Starmer — nonostante lo storico vassallaggio britannico nei confronti degli Stati Uniti – ha affermato di essere “stufo” del fatto che i britannici debbano affrontare bollette energetiche più salate a causa delle azioni di Trump.
Per non parlare dello spagnolo Sanchez e di Macron che gliene hanno dette di tutti i colori senza peli sulla lingua.
Ma leader “Atlantici” stanno reagendo alle conseguenze di una guerra che non possono controllare, come dimostrano le previsioni del Fondo Monetario Internazionale secondo le quali il mondo si sta dirigendo verso uno scenario “sfavorevole” con una crescita di appena il 2,5% quest’anno, in calo rispetto al 3,4% previsto per il 2025.
Anche il Giappone – baluardo degli Stati Uniti nel sud esta asiatico – si trova in difficoltà a causa della sua dipendenza energetica dal Medio Oriente. La primo ministro Sanae Takaichi non si aspettava certo di dover affrontare tali difficoltà subito dopo la sua storica vittoria elettorale di febbraio e l’autoproclamata volontà di difendere Taiwan ad ogni costo.
Ancor prima della guerra con l’Iran, Trump era profondamente impopolare in molte nazioni alleate. Un sondaggio del Pew Research Center dello scorso anno ha mostrava che il suo indice di gradimento in numerosi Paesi era inferiore al 35% ad eccezione di Israele e Nigeria. E oggi il suo consenso crolla a vista d’occhio anche in America.
Come se non bastasse Trump vede la NATO non come un’alleanza difensiva, ma come uno strumento per promuovere i propri interessi di politica estera, attaccando gli alleati che non lo aiutano, ma “parassitariamente” sfruttano l’ombrello difensivo statunitense.
Ovviamente il megalomane non tiene conto che, per molti leader alleati, entrare in guerra è politicamente impossibile dovendo rispondere a un elettorato che considera la guerra contro l’Iran una scelta imprudente – se non folle – con scarse probabilità di successo.
Giorgia Meloni – ad esempio – è una delle leader europee ideologicamente più affine a Trump e si era proposta come ponte tra la Casa Bianca e gli alleati europei,.
Ma proprio ieri con una intervista al Corriere della Sera, Trump l’ha quasi accusata di codardia: “Sono scioccato da lei. Pensavo avesse coraggio. Mi sbagliavo” aggiungendo “È lei quella inaccettabile, perché non le importa se l’Iran possiede un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse l’opportunità”.
Eppure sino a poco tempo fa Un Trump era considerato un eroe dai populisti e e dalle Destre europee convinte che la sua posizione anti-immigrazione, preannunciasse la loro ulteriore ascesa politica.
Ma tutto è cambiato anche in Ungheria dove JD Vance e il movimento MAGA hnno fatto campagna elettorale per Orbán come se fosse un senatore repubblicano. Un sostegno che difficilmente il vincitore delle elezioni, Magyar – si badi bene anche lui un populista conservatore – potrà dimenticare..
Trump – ma anche molti Repubblicani e conservatori americani – non ha mai nascosto il suo disprezzo per l’Europa moderna e unita e ha sempre sostenuto apertamente quei gruppi populisti che combattono per rovesciare i leader centristi europei.
Ma ora le chance di tutte le destre europee, comprese quelle filorusse, sembrano svanire a fronte della generalizzata antipatia popolare nei confronti del loro idolo americano Eppure The Donald sembra credere ancora di essere popolare all’estero e sostiene che le sue dimostrazioni forza hanno reso gli Stati Uniti più temuti e rispettati che mai.
Anche se alcuni leader europei diventano sempre più espliciti nelle loro critiche a Trump, il loro margine di manovra appare comunque limitato proprio per sulla Difesa comune, condizionata dal peso degli Stati Uniti.
Quando Trump si infuria con gli alleati della NATO che non hanno inviato navi per ri-aprire lo Stretto di Hormuz, ha toccato un punto dolente. Non si trattava solo di un !tradimento” ma forse anche dal fatto che le potenze NATO non hanno più la capacità di portare a termine tali missioni dopo anni di tagli alla Difesa.
E se Trump valuta l’ipotesi di ritirarsi dalla NATO, gioca quindi una carta spregiudicata e non considera che un serio riarmo Europeo potrebbe far crollare i governi a causa degli impopolari tagli ai programmi sanitari e sociali che ne deriverebbero.
Di conseguenza gli alleati possono anche rivoltarsi, ma non possono rischiare una rottura totale con gli Stati Uniti e – se non succedono cataclismi – possono solo sperare nelle elezioni di medio termine americane o nella fine ingloriosa del mandato Trumpiano. Campa cavallo!
E la Russia? Ovviamente non è alleata di Trump, ma con Putin il presidente americano non ha mai lesinato dichiarazioni di amicizia, alternate da qualche minaccia.
Ebbene, in Russia il tema degli anglosassoni traditori e malvagi, “responsabili di tutto”, sembra essere stato temporaneamente rimosso dal lessico politico del governo.
Recentemente il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato: “Conoscete l’approccio della parte americana, che continua a collegare la questione della cooperazione commerciale ed economica a una soluzione in Ucraina.( Ma) riteniamo che sia assolutamente superfluo attendere una svolta. Gli interessi di Mosca in questo caso sono assolutamente chiari. La Russia vuole emarginare completamente gli Stati Uniti in Ucraina e privare così il regime di Zelensky di questa fonte di sostegno”.
Un obiettivo già parzialmente raggiunto dallo stesso Trump, che ha relegato l’Ucraina ai margini della politica estera americana, anche se Mosca non si accontenta e sta cercando di convincere l’attuale amministrazione americana a completare il suo “sganciamento” da Kiev.
Quindi per Putin il pallino fisso rimane, ovviamente, l’Uraina, ma è anche convinto che Trump abbia agito con l’Iran in modo irrazionale e controproducente per gli interessi stessi degli Stati Uniti. Mentre i media russi evitano accuratamente termini come “criminale” o “imperialistico” abituali in epoca sovietica.
In sostanza l’opinione del Cremlino è Trump si sia sparato su un piede e di conseguenza ha dato – più o meno volontariamente – un po di respiro alla sofferente economia russa con l’impennata del petrolio e l’eliminazione temporanea dell’embargo.
Il Cremlino è convinto che per ora, la stabilità nella regione sia un sogno lontano e spera di ampliare il margine di manovra a disposizione della sua diplomazia. E se questa opportunità esiste, sarebbe un peccato non coglierla. Nel peggiore dei casi, Mosca non avrebbe assolutamente nulla da perdere.
Una posizione cinica e opportunistica finchè si vuole , ma che fiuta, non solo le debolezze di Trump, ma anche quella dei suoi alleati europei, mentre strizza l’occhio a Pechino che possiede ben altre carte economiche e finanziarie.Ma anche una posizione che indebolisce ulteriormente l’Europa che non ha la forza di chiudere autonomamente la partita ucraina. con una vera soluzione di pace.
Mentre invece finge di prepararsi alla guerra contro l’improbabile invasione dei cosacchi, che senza il sostegno dello Zio Sam non è in grado nemmeno di immaginare.
(*) Analista Geopolitico ed esperto di politica internazionale
