Politica

Quando la toga si sostituisce alla scheda elettorale: la deriva di una democrazia spaesata

di Riccardo Bizzarri (*)

Quello che oggi sconvolge la governance di Milano non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesima ripetizione di un copione che è ormai diventato parte del nostro quotidiano ovvero la toga che si sostituisce alla scheda elettorale.

“Chi controlla i controllori?” si domandava Giovenale nella Roma imperiale. Una domanda che oggi, a distanza di duemila anni, risuona più attuale che mai nelle stanze sorde e smarrite della nostra democrazia. Milano, la città-laboratorio, l’avanguardia del riformismo, il cuore pulsante dell’innovazione italiana, oggi trema. Non per il terremoto delle sue torri di vetro, ma per quello, assai più subdolo, che mina alla base l’equilibrio tra poteri dello Stato.

Sono 74 gli indagati in quella che la Procura definisce una “degenerazione della gestione urbanistica” del Comune di Milano. La cronaca giudiziaria è nota, ma ciò che inquieta è lo scenario di sistema che va delineandosi. Se davvero passasse il principio secondo cui la magistratura possa sostituirsi alla politica, allora è tutto finito. Finito il principio costituzionale della separazione dei poteri. Finito l’equilibrio fragile ma sacro che regge la democrazia liberale. Finito l’orizzonte della responsabilità politica, sostituito da un giustizialismo cieco, amministrato da poteri non eletti ma assoluti.

“La giustizia senza forza è impotente; la forza senza giustizia è tirannia” scriveva Blaise Pascal. E cosa resta, allora, quando la giustizia pretende anche la forza? Quando le manette si fanno motore della discussione pubblica e la prudenza viene spazzata via da indiscrezioni, fughe di notizie e ordinanze-fiume che somigliano più a pamphlet morali che a atti tecnici?

Certo, nessuno può o deve negare il diritto e il dovere della magistratura d’indagare. Ma esiste un confine sottile, e oggi sempre più sfilacciato, tra il controllo legittimo e l’occupazione di campo. Quando il giudice penale assume di fatto la regia della pianificazione urbana, quando la discrezionalità politica viene retrocessa a sospetto penale, allora il corto circuito è completo. Il cittadino non sceglie più attraverso il voto, ma subisce le decisioni di chi opera fuori da ogni logica di consenso.

L’inchiesta su Milano non è soltanto una vicenda giudiziaria: è un bivio culturale e istituzionale. Le accuse, gravissime se provate, riguardano una presunta élite di architetti, funzionari e politici che avrebbe gestito il territorio come fosse una rendita privata. Ma, attenzione: ogni democrazia matura distingue il giudizio morale da quello penale, e il sospetto dalla colpa accertata.

E invece, nel nostro Paese, sembra essere tornata in auge una sorta di “estetica del sospetto” che giustifica ogni cosa, anche l’invasione di campo. Basta un avviso di garanzia per avviare la macchina del fango, mentre la macchina dello Stato resta ferma ai box. Così si infanga anche il sindaco Giuseppe Sala, convocato lunedì in aula, e si invocano le dimissioni preventive dell’assessore Tancredi. Eppure, come ricordava Norberto Bobbio “non è mai la legge che si impone al giudice, ma è sempre il giudice che deve piegarsi alla legge”.

Ora il rischio è chiaro: se la politica abdica, e la magistratura occupa, sarà la paura, non il consenso,  a decidere le sorti del Paese. Oggi tocca a Milano, domani potrà toccare a qualsiasi altro Comune che abbia osato pianificare, decidere, immaginare.

Non possiamo permettere che lo spirito repubblicano venga travolto da un’ideologia della purezza che confonde etica e giurisprudenza, progettazione e reato. Perché, come ammoniva Tocqueville, “in democrazia, la libertà politica è tanto fragile quanto preziosa: bisogna averne paura quando si spegne, ma anche quando diventa fanatismo”.

Milano merita la verità, non il linciaggio. L’Italia merita giustizia, non vendetta.

(*) Giornalista

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