di Viola Scipioni
Un tempo unite sotto la stessa bandiera forzista, oggi separate da rancori personali e ambizioni frustrate. Maria Elisabetta Alberti Casellati e Anna Maria Bernini, Ministre rispettivamente delle Riforme istituzionali e dell’Università, incarnano il volto più teso e competitivo del governo Meloni. Dietro i sorrisi di circostanza e le uscite ufficiali, serpeggia una rivalità silenziosa e profonda, che parla di delusioni politiche, di ruoli mai pienamente riconosciuti e di un partito, Forza Italia, che fatica a mantenere coesione.
Il dissidio tra le due ha radici lontane. Il 28 gennaio 2022, Casellati era convinta di poter essere la prima donna al Quirinale. Ma la sua candidatura crollò in aula, tra voti mancati e sospetti di tradimento. Secondo molti retroscena, fu proprio Bernini a orchestrare un’insidiosa imboscata parlamentare. Da quel momento, il rapporto tra le due è degenerato in ostilità permanente.
L’umiliazione si è poi replicata pochi mesi dopo, con Casellati costretta a cedere il collegio “sicuro” di Padova alla collega bolognese, ripiegando su uno in Basilicata. Ironia della sorte, da quella che pareva una punizione nacque un inatteso legame con il territorio, tanto da portare l’ex Presidente del Senato a rivendicare la vittoria del centrodestra alle comunali di Matera come un suo personale successo.
Ma il Ministero per le Riforme, affidatole nel governo Meloni, si è rivelato presto una gabbia dorata. La giurista padovana si è vista esclusa dalle due principali riforme istituzionali: quella della giustizia, seguita in prima persona da Carlo Nordio, e quella dell’autonomia differenziata, in mano al leghista Calderoli. A Casellati resta solo la riforma del premierato, che però langue in Commissione Affari costituzionali, sorvegliata da lei con costanza ma senza reali margini di manovra. Un’ombra, più che una guida.
Non meno turbolento è il malessere di Anna Maria Bernini. La Ministra dell’Università si sente spesso relegata a ruoli di rappresentanza scomodi o costretta a rinunciare a occasioni significative per decisioni altrui. Come nel dicembre 2023, quando fu inviata, controvoglia, alla cerimonia di insediamento del Presidente argentino Javier Milei, mentre altre nazioni erano rappresentate da Capi di Stato. O come nel maggio successivo, quando dovette disertare un incontro accademico di alto profilo a Parigi per evitare uno sgarbo diplomatico a Meloni.
Anche la gestione dei dossier interni è complessa. La riforma dei contratti universitari si è arenata in Senato, vittima di emendamenti improvvisi e incoerenti con il testo originario, provenienti addirittura dal suo stesso partito. E non è mancato l’imbarazzo quando la collega Calderone le ha chiesto, invano, di “coprire” una spinosa vicenda accademica personale.
Tra scontri mai sedati e frustrazioni covate, Casellati e Bernini condividono una medesima insofferenza: quella verso Antonio Tajani, reggente di Forza Italia dopo Berlusconi. Entrambe si sentono poco valorizzate, marginalizzate, ignorate nelle scelte strategiche. E proprio su questo disagio crescente potrebbe far leva, nei prossimi mesi, chi punta a minare la leadership del Ministro degli Esteri.
Per ora, il malumore resta silenzioso. Ma nelle pieghe di un partito sempre più smarrito, l’insofferenza delle due ministre potrebbe presto diventare il detonatore di una resa dei conti più ampia.
