Cronaca

Terra dei fuochi, ecco perché la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia

La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato lo Stato italiano per la sua inazione di fronte allo scarico, al sotterramento e all’incenerimento di rifiuti, spesso effettuati da gruppi criminali organizzati, nella Terra dei Fuochi, nei pressi di Napoli. Sversamenti che hanno provocato nella popolazione un grave aumento dei casi di cancro nell’area interessata, roghi di rifiuti tossici e l’inquinamento delle acque sotterranee.

La Cedu ha stabilito che l’Italia deve introdurre, entro due anni, una strategia correttiva. Il ricorso alla Corte è stato avanzato da 41 cittadini italiani residenti nelle province di Caserta o Napoli e cinque associazioni campane assistiti, tra gli altri, dall’avvocata Centonze del Foro di Nola, dall’avvocata Antonella Mascia del Foro di Verona, dall’avvocato Ambrogio Vallo del Foro di Napoli Nord e dall’avvacoto Armando Corsini del Foro di Napoli.

Poi i protagonisti dei ricorsi che hanno consentito di arrivare a questa sentenza: “Questa è una sentenza storica, un primo punto d’arrivosi inizia a dare giustizia a un territorio che la chiede da anni. Ma, adesso, ci aspettiamo che dalle chiacchiere si passi ai fatti. Abbiamo bisogno di azioni mirate, di bonifiche, di leggi dello Stato che vengano finalmente applicate. Di uno Stato che tuteli realmente un diritto sacrosanto dei cittadini: quello alla salute, alla vita”. Alessandro Cannavacciuolo è il primo firmatario del ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo che quest’oggi ha condannato l’Italia per aver “messo a rischio” la vita dei residenti della Terra dei Fuochi. Cannavacciuolo si confinda con la Dire, affermando che lo Stato italiano, per vent’anni, “non ha fatto altro che girarsi dall’altra parte”. Le istituzioni italiane hanno ora due anni di tempo per realizzare una serie di interventi tesi a combattere l’inquinamento ambientale in quest’area della Campania: “Credo che serva un vero e proprio Piano Marshall, che parta dallo stanziamento di fondi affinché si facciano subito le bonifiche. E, inoltre, serve uno studio specifico sullo stato di salute della popolazione”, dice Cannavacciuolo. L’attivista ambientale accoglie la sentenza della Cedu come un “risarcimento non tanto economico, ma morale” per i cittadini della Terra dei Fuochi – circa 2,9 milioni di persone, residenti in un’area che comprende 90 comuni – che “quando scendevano nelle piazze – racconta – sono stati derisi, sono stati offesi, spesso accusati di volere il male del territorio, di apportare pubblicità negativa, denigrando la loro stessa terra, creando un danno economico. Il nostro obiettivo era un altro: quello di tutelare ciò che restava di buono, di lottare affinché il nostro territorio potesse essere rilanciato, ritornare vivibile”.

La storia di questo caso, che la Corte di Strasburgo ha denominato “Cannavacciuolo e altri contro Italia”, nasce proprio dalle quelle prime lotte ambientaliste nate in Campania. I cittadini – in 41, oltre dieci anni fa, hanno promosso il ricorso, insieme a cinque associazioni – erano uniti da una provenienza comune, ma anche da una storia personale, che li legava a ciascuno degli effetti determinati dall’inquinamento ambientale. Come quella di Alessandro Cannavacciuolo, di Acerra, in provincia di Napoli, che viene da una famiglia di pastori: “A partire dai primi anni Duemila – ricorda – gli agnelli nascevano con delle malformazioni. Ci siamo chiesti che cosa non andasse. E da lì è iniziato tutto, come la scoperta che gli imprenditori del territorio utilizzavano i rifiuti come compost. Questi imprenditori, dopo anni e anni di battaglie, sono stati condannati a pene irrisorie”. Si riferisce ai fratelli Giovanni, Cuono e Salvatore Pellini, a cui sono stati sottratti beni per oltre 200 milioni di euro. “Quei soldi erano il frutto delle loro attività illecite. Eppure, per un cavillo giuridico, dopo quel sequestro, i beni gli sono stati restituiti. Una lunga battaglia ci ha consentito di ottenere un nuovo sequestro di beni, ora siamo in attesa della confisca”.

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