L’Unione Europea si prepara a reimporre dazi doganali sui prodotti agricoli ucraini, ma secondo Kiev la mossa rischia di arrecare danni economici a un alleato che potrebbe perdere la fiducia nella UE. Infatti un ritorno alle condizioni commerciali prebelliche ridurrebbe i ricavi dalle esportazioni dell’Ucraina fino a 3,5 miliardi di euro all’anno, riducendo la crescita economica prevista per il 2025 dal 2,7% allo 0,9%, secondo le stime di Kiev.
Come pubblicato ieri da ORE12, fine delle preferenze commerciali esenti da dazi doganali concesse dall’Unione Europea ai prodotti agricoli ucraini, è più di un semplice cambiamento di politica: è un campanello d’allarme per Kiev.
Per anni, l’UE ha rappresentato il mercato più grande e affidabile per le esportazioni agricole ucraine. Ma con la revoca delle quote preferenziali da parte di Bruxelles , l’Ucraina dovrebbe diversificare rapidamente e aprire nuovi mercati extra-UE, ma da sola non ce l’ha può fare.
In un moto di orgoglio nazionale il Kiev Indepedent scrive “l’Ucraina si trova a un bivio commerciale. Ora deve decidere quale strada intraprendere, dato che l’UE prevede di applicare dazi molto più elevati sulle esportazioni agricole e di altro tipo già dal mese prossimo” .
D’altra parte ed è pure vero “l’Ucraina è da tempo conosciuta come il granaio d’Europa. Ricca di terre nere e ricca di know-how agricolo, il paese è una potenza mondiale nella produzione alimentare”. .
Ma affidarsi eccessivamente a un singolo mercato, prosegue il quotidiano, “soprattutto in uno in cui le turbolenze politiche ed economiche possono cambiare rapidamente, è rischioso. I nuovi limiti imposti dall’UE sottolineano la vulnerabilità del modello di esportazione agricola dell’Ucraina”.
Dove per turbolenze politiche si intendono le elezioni ad esempio in Polonia e un domani in Francia che stanno subendo le più massicce proteste di contadini (elettori).
Quindi l’Ucraina potrebe sempre più competitiva a livello globale, ma qui sta il punto dolente “cogliere queste opportunità richiede capitali. Gran parte delle infrastrutture agricole, dei magazzini, delle ferrovie e degli impianti di trasformazione ucraini necessitano di investimenti. Alcuni sono stati danneggiati, degradati o sottosviluppati per decenni. Le rotte logistiche rimangono vulnerabili. Gli standard di certificazione e gli imballaggi devono spesso essere aggiornati per soddisfare la domanda dei nuovi mercati”.
Un capitale di rischio che nemmeno il sequestro dei beni russi congelati potrebbe coprire la ricostruzione del Paese, nonostante Zelensky stia tentando di vendere tutto quanto è possibile dell’Ucraina. Un libro dei sogni quindi? Almeno in parte si, per il resto la presenza dei capitali esteri non solo americani, ma anche inglesi e francesi è già stata documentata anche in passato da queste pagine.
Già Monsanto, DuPont e Cargill, per esempio, hanno prodotto cereali a basso costo in Ucraina controllandone il mercato, lo hanno venduto tramite le “4 sorelle ABCD” a multinazionali occidentali che lo hanno acquistato a pochi euro grazie agli accordi di esportazione senza dazi per favorire l’Ucraina, e successivamente trasformato e rivenduto come prodotto ad alto valore aggiunto moltiplicandone i guadagni dopo aver isolato da questo mercato la Russia.
Di conseguenza le economie agricole di tutta Europa sono state indebolite da queste importazioni che rappresentano nei fatti una concorrenza sleale ed in solido alle politiche agricole europee non lungimiranti. hanno generato la tempesta perfetta che ha portato nelle piazze milioni di agricoltori.
Non dubitiamo quindi che in funzione di una politica europea determinata a sostenere Kiev sino all’ultimo (ucraino ) la Commissione Ue giunga ad un ventilato compromesso seguito dalle inevitabili proroghe.
Ma il problema resta poiché l’Ucraina entrerà sicuramente, in tempi più o meno brevi nella UE senza una riga di conto, è quanto questa operazione costerà a tutti gli altri Paesi aderenti all’Unione e in particolare nel settore agricolo.
BLTZ
