di Balthazar
Una dura scelta attende aziende e governi in tutto il continente per sostenere prodotti che non sono più competitivi, o abbandonarli. A complicare la questione ci sono i costi energetici alle stelle, la forte concorrenza della Cina e la prossima guerra commerciale con gli Stati Uniti.
Le aziende devono decidere se abbandonare o investire in parti delle loro attività la cui transizione verde costerà miliardi, mentre i Governi dovranno decidere come e chi aiutare, mentre le casse UE non possono sovvenzionare tutto.
Oggi mercoledì, la Commissione europea offrirà una prima risposta con il suo “Clean Industrial Deal”, il piano UE che proporrà misure per tagliare i prezzi dell’energia e stimolare gli investimenti, ma sicuramente non deciderà quali settori e prodotti europei potranno venir salvati o abbandonati.
La risposta determinerà comunque non solo come saranno l’industria e il mercato del lavoro dell’UE nei prossimi decenni, ma anche l’autonomia del blocco, ad esempio da dove prendere l’alluminio per le sue turbine eoliche, il cemento per i suoi edifici o l’acciaio per le sue armi.
I prezzi alle stelle dell’energia hanno colpito duramente l’industria manifatturiera del continente, in difficoltà da tempo, ancor più dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Alcune aziende nel settore dell’acciaio, affermano che il declino irreversibile può essere scongiurato solo con un immediato sostegno politico e finanziario.
I costi dell’elettricità sono quadruplicati nel 2022, il prezzo dell’energia per produrre una tonnellata metrica di alluminio primario ha improvvisamente raggiunto più di 5.000 €, il doppio del prezzo del metallo sul mercato globale.
A differenza delle precedenti trasformazioni industriali, la transizione verde ha una scadenza nella limitazione della produzione di anidride carbonica per contrastare il cambiamento climatico e gli scienziati affermano che azzerare le emissioni nette globali entro il 2050 impedirà il peggio, posizione sancita per legge dalla Unione Europea.
I settori manifatturieri ad alta intensità energetica, una categoria che include acciaio, cemento, alluminio, prodotti chimici e altro, sono responsabili di oltre un quinto delle emissioni di gas serra dell’UE e la loro transizione sarà lunga e costosa. Dovranno cambiare i loro processi di produzione, utilizzare energia pulita, procurarsi più materiali riciclati e catturare la CO2 rimanente.
Poiché la modernizzazione di una fabbrica richiede anni, le aziende devono sapere ora in cosa vale la pena investire, ma vogliono certezze sulle contropartite che riceveranno.
Ci sono quindi decisioni urgenti da prendere su quali industrie l’UE vuole mantenere e dove è più economico ed efficace affidarsi alle importazioni.
In questo contesto decisive saranno le decisioni per il settore dell’alluminio. Il metallo è presente dalle lattine di soda e dagli infissi delle finestre agli aerei militari e ai missili e si prevede che la domanda salirà nei prossimi decenni per l’importanza del materiale leggero anche nella tecnologie rispettose del clima, come turbine eoliche e veicoli elettrici.
L’UE ha aggiunto l’alluminio alla sua lista di materie prime essenziali. La stessa NATO ha avvertito l’anno scorso che la fornitura di metallo per l’Alleanza è ad “altissimo rischio” di interruzione, proprio mentre l’Europa rilancia una politica di riarmo.
Ma la produzione di alluminio richiede più elettricità di qualsiasi altro metodo di produzione industriale: più del doppio del consumo energetico annuo medio tedesco per ogni tonnellata di metallo, la stessa quantità di energia per coprire le necessità di 150.000 abitanti.
Una volta che le reti elettriche dell’UE saranno completamente decarbonizzate, questo processo potrebbe funzionare con energia verde se i costosi combustibili fossili saranno fuori dal sistema, solo allora i prezzi dell’energia dovrebbero scendere.
I produttori non possono aspettare. Le aziende dell’UE pagano due o tre volte di più per l’elettricità rispetto ai loro rivali cinesi e americani, e lo shock dei prezzi del 2022 è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Nel giro di due anni, la produzione di alluminio primario del continente si è dimezzata, mentre la produzione europea del cosiddetto alluminio secondario riciclato, è aumentata costantemente.
Il settore sta anche affrontando la concorrenza a basso costo della Cina, che ha accelerato la produzione di alluminio appena sanzionata da Trump con il 25% di tariffa doganale, ma colpendo anche le esportazioni delle aziende dell’UE.
Ma se i costi di produzione, in particolare quelli energetici, rappresentano il problema principale per l’industria europea, alcuni sostengono che il costo per mantenere a galla la produzione primaria non vale la pena, nonostante gli avvertimenti di associazioni di categoria dei sindacati. Per ora, l’UE non può coprire la sua domanda con il solo alluminio riciclato.
D’altra parte l’alluminio primario prodotto al di fuori dell’Europa tende a produrre più carbonio, come qu quello cinese che emette il doppio delle emissioni del metallo prodotto nell’UE.
Se valga la pena mantenere la produzione primaria di alluminio nell’UE è una scelta politica mentre il potere della Commissione di prendere decisioni strategiche sul futuro dell’industria è limitato se non c’è l’adesione dei governi nazionali.
Quando, ad esempio la Commissione ha proposta di vietare la vendita di nuove auto con motore a combustione interna dopo il 2035, puntando sui veicoli elettrici, ne è seguita una forte reazione che perdura soprattutto dalla Germania.
Le case automobilistiche, i produttori di carburante e i paesi produttori di motori hanno fatto pressioni con successo per ottenere una scappatoia per le auto alimentate con carburanti sintetici, dando alla tecnologia della combustione un’altra possibilità di vita, anche se si prevede che tali carburanti saranno scarsi, costosi e inefficienti.
Bruxelles si è trovata ad affrontare le richieste di garantire la “neutralità tecnologica” in tutte le sue politiche e di lasciare che sia solo il mercato a decidere cosa sia fattibile. Ma l’industria non è un monolite e la Commissione deve far fronte a richieste contrastanti.
I produttori di tecnologie pulite , che Bruxelles vuole sostenere anche con il suo Clean Industrial Deal, stanno facendo pressione sull’UE affinché non faccia marcia indietro sulle sue ambizioni continuando a seguire la legislazione sul clima già approvata senza la quale la loro credibilità politica va in frantumi.
Mentre i settori dell’alluminio e dell’acciaio chiedono alla UE di limitare le esportazioni di rottami metallici per garantire una fornitura costante di materiale riciclato, ma è una decisione difficile dati gli interessi in ballo. .
Se Bruxelles e le capitali dell’UE non faranno la loro parte, si oprre il rischio che non ci saranno più aziende da decarbonizzare, infatti, paradossalmente, le politiche che proteggono solo il clima e non rendono l’economia a prova di futuro sono inutili perché le aziende chiuderanno.
Nella foto una grande fabbrica di produzione di alluminio
