di Giuliano Longo
Se dovessimo dar credito alle dichiarazioni di Trump in conferenza stampa – ma cambia spesso opinione – se i colloqui sull’Ucraina dovessero fallire lui “se ne laverà le mani”, lasciando ai due contendenti e all’Europa il cerino acceso in mano.
Una Europa che con il leader ucraino è contraria ad ogni cessione di territorio e addirittura, con il cancelliere tedesco Mertz, intende indicare a Donald le linee rosse per la vittoria di Kiev
La stessa Europa che si è limitata a flebili balbettii e iniziali sanzioni quando Putin si è preso la Crimea.
Salvo poi adeguarsi alle linee di Biden e degli Stati Uniti che la guerra, quella vera, la stavano preparando dai tempi di Obama, ispirato da Clinton. Prima ancora del golpe di Piazza Maidan a Kiev, e con l’intento di rafforzare la presenza NATO a qualche ora da un possibile attacco missilistico su Mosca.
Ipotesi sulla quale Biden ha calcato la mano alla fine del suo mandato autorizzando l’invio di missili occidentali a lungo raggio e che comunque Kiev sta già attuando da tempo con i suoi droni che colpiscono nel profondo del territorio russo.
Ma scurdammoce o passato e veniamo alla situazione odierna quando i russi stanno avanzando in territorio ucraino e l’Europa si affanna ad investire soldi e mezzi per garantire, quanto meno, la sopravvivenza di Zelensky.
Pe restare, apparentemente, nell’anedottica va citata l’affermazione di Trump secondo la quale: “I carri armati sarebbero arrivati a Kiev entro quattro ore se avessero preso l’autostrada. Ma sono rimasti impantanati nel fango perché un comandante russo ha deciso di farli attraversare i campi. Non so chi fosse quel generale, ma conoscendo Putin, non è più tra noi. I carri armati sono rimasti impantanati nel fango; gli ucraini li hanno colpiti con i giavellotti”.
Affermazione che indica che la causa del fallimento della cosiddetta “operazione militare speciale” russa è iniziata con un vero e proprio disastro, non solo e non tanto per l’immediato intervento NATO, ma per la propria inettitudine.
Ma indica, più o meno esplicitamente, che oggi Putin la guerra la sta vincendo, e soprattutto che il Tycoon non sottovaluta,- come proclamano molti europei – la potenza militare russa, che sarà pure incastrata nel conflitto ucraino, ma rimane globale.
Ed è proprio qui che emerge un nodo del quale molti analisti discutono.
Perché lo stesso potenziale globale, se non maggiore, è anche della Cina che, se non alleata a pieno titolo, è amica di Putin che sta aiutando in vari modi.
E’ quindi credibile che di fronte a questi aspetti globali nei rapporti fra le varie potenze multipolari, i due capi si limitino a discutere delle sorti dell’Ucraina?
Soprattutto quando ci sono in ballo tensioni strategiche che vanno dall’Artico al Pacifico occidentale dove le ultime manovre marittime congiunte Cino Russe sono partite proprio da Vladivostock in territorio siberiano.
E ancora, la disponibilità di Putin all’incontro non riguarda forse anche la guerra dei dazi imposti all’India e ai Paesi Brics, mentre Pechino ha la forza per reagire al ricatto?
Per Tump, Kiev non è l’ombelico del mondo e nonostante il suo mezzo miliardo di abitanti e la sua terza forza economica mondiale, oggi, non lo è nemmeno l’Europa.
Altro che linee rosse per la vittoria ucraina, ci vorranno anni e anni prima che l’Europa si renda autonoma nel settore della difesa senza gli Stati Uniti, ammesso che lo voglia veramente, mettendo a rischio il suo residuo welfare,
Ma anche ammesso che grazie a Zelensky e all’Europa il vertice dell’Alaska fallisse, siamo davvero sicuri che Trump se laverebbe davvero le mani?
Intanto partiamo dalle voci che danno una forte presenza filoucraina anche all’interno della amministrazione Trump, per non parlare di quel deep state che lui tenta di smantellare, ma che è stato la colonna portante della strategia di Biden sull’Ucraina.
Poi c’è il problema della NATO che l’America ha utilizzato, contrariamente agli statuti della Aleanza, in termini offensivi dalla Serbia all’Afghanistan.
Nato ed Europa che peraltro sono un ottimo bacino di business per il sistema industriale militare americano che si sta già leccando i baffi e lavorando alacremente – anche se con qualche difficoltà- nella prospettiva dei soldi che affluiranno anche da una Europa riarmata.
Sorgono allora altri quesiti.
Trump confermerà le sanzioni alla Russia e ai grandi Paesi importatori dei suoi prodotti energetici?
E ancora, continuerà a fornire armamenti sia pur pagati dall’Europa, a Kiev?
La faglia di rottura degli accordi sta proprio qui da noi in Europa che apparentemente si batte per la giusta intangibilità dei confini, ma in pratica si prepara a una guerra contro la Russi cui l’America non può mancare, salvo la sconfitta o danni irreparabili.
Questo è il vero trappolone che non può essere eluso solo invitando Zelensky e gli europei a colloqui successivi il vertice dell’Alaska, ammesso che Putin vi partecipi, come non è detto che avvenga.
E mentre tutti i media occidentali più o meno apertamente si schierano con Zelnsky, la stampa russa ostenta ottimismo. Un segnale f che i colloqui fra i due big non riguarderanno solo l’Ucraina, un tassello geopolitico che non può affidare la sua sopravvivenza solo ai bellicosi alleati Europei.
.Gli astuti manovratori ucraini del governo in Via Bankova lo sanno benissimo tanto che usano l’Europa per premere su Trump e non viceversa.
