Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio italiana, è stata una delle protagoniste internazionali lunedì 20 gennaio a Washington per l’inaugurazione della seconda presidenza di Donald Trump. L’invito alla cerimonia, che la rivista Politico ha descritto come un “who’s who globale del populismo di destra”, sottolinea il peso simbolico che Meloni ha assunto come punto di riferimento del populismo europeo sulla scena internazionale.
Questo ruolo, però, non è privo di contrasti. Il mancato invito a Matteo Salvini, suo alleato di governo e figura storica della Lega, lascia intravedere dinamiche complesse nei rapporti interni alla destra italiana. Salvini, che ha fatto dell’amministrazione per Trump uno dei suoi tratti distintivi sin dall’inizio della carriera politica internazionale, avrebbe cercato in vari modi di “imbucarsi” all’evento. Il risultato, tuttavia, lo ha relegato al ruolo di spettatore in un evento che vede Meloni brillare come unica leader europea ospite assieme al premier ungherese Viktor Orban, che però ha deciso di non partecipare.
La partecipazione di Meloni segna una svolta importante per l’Italia e per le sue relazioni con gli Stati Uniti: nonostante la sua retorica sovranista e il frequente richiamo alla necessità di preservare l’autonomia europea rispetto al continente d’oltreoceano, la premier italiana sembra puntare su un rapporto privilegiato con Trump per rafforzare il suo status internazionale. La mossa ha anche un valore strategico interno: mentre Salvini deve fare i conti con un graduale appannamento del suo ruolo politico e con il dominio di Meloni all’interno della coalizione di governo, l’evento rafforza ulteriormente l’immagine di leadership della Presidente del Consiglio.
Non tutto, però, è così lineare, almeno non come appare. Sul fronte europeo, la scelta di Meloni di partecipare ha suscitato tensioni. L’assenza della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, evidenzia il raffreddamento dei rapporti tra Europa e Stati Uniti. La stratta tra Meloni e Trump rappresenta un messaggio forte: un richiamo a nuove alleanze politiche che, almeno in apparenza, bypassano l’asse europeo tradizionale.
Questa diplomazia parallela solleva domande anche sull’efficacia della strategia italiana. Critici interni ed esterni si interrogano sulla capacità di Meloni di mantenere saldo il difficile equilibrio tra l’appoggio americano e le necessità politiche di Bruxelles. La mancanza di Salvini alla cerimonia, intanto, offre un’ironica dimostrazione del cambiamento di dinamiche: colui che una volta dominava la narrativa populista italiana si trova ora all’ombra di una premier che sta riscrivendo il futuro politico della destra italiana.
In un mondo in tumulto e che sembra spostarsi sempre più a destra, la presenza di Meloni a Washington potrebbe segnalare un capitolo importante, tanto per la politica estera quanto per gli equilibri interni della destra italiana. La vera domanda, però, è se riuscirà a tradurre questa opportunità in risultati duraturi o se rischia di ampliare ulteriormente il divario politico all’interno della sua coalizione e con l’Europa. Ciò che ancora oggi ci si chiede, non a caso, è: quale sarà il costo che il nostro Paese dovrà pagare agli Stati Uniti, a Donald Trump e ad Elon Musk per la liberazione della giornalista Cecilia Sala?
Viola Scipioni
