di Marco Palombi
Il Green Deal, inizialmente concepito come un piano ambizioso per guidare la transizione verso un’economia sostenibile, ha trovato nella finanza globale uno dei suoi attori chiave. Le istituzioni finanziarie hanno mobilitato risorse imponenti verso investimenti definiti ESG (Environmental, Social, and Governance), come dimostrato dai 35,3 trilioni di dollari destinati a questi progetti nel 2023, pari al 39% degli asset globali.
BlackRock, il maggiore gestore patrimoniale con 10 trilioni di dollari in gestione, ha dedicato il 20% dei propri investimenti a iniziative verdi nel 2024, ma la sua partecipazione al Green Deal ha sollevato critiche legate a pratiche di greenwashing. Solo il 7% dei progetti finanziati ha dimostrato di avere un impatto diretto sulla riduzione delle emissioni, secondo il Climate Policy Initiative. Tuttavia il greenwashing ha ottenuto il risultato voluto dalla finanza: mettere fuori mercato le aziende non green, per poi conquistare il mercato attraverso la sopravvivenza di quelle finanziate.
Nel contesto delle emissioni di CO2, il mercato globale ha raggiunto un valore di 851 miliardi di dollari nel 2024, in aumento del 18% rispetto all’anno precedente. Questo sistema, pur essendo concepito per incentivare la sostenibilità, consente agli inquinatori di continuare le loro attività acquistando crediti di carbonio. Parallelamente, i fondi speculativi hanno trovato nuove opportunità in mercati emergenti come il litio e il cobalto, fondamentali per le batterie elettriche, con incrementi di valore rispettivamente del 45% e del 28%.
Anche i fondi sovrani hanno giocato un ruolo chiave. Il Norwegian Government Pension Fund, ad esempio, ha allocato fino al 30% dei propri asset in progetti legati alla transizione energetica, contribuendo a un totale di 1,2 trilioni di dollari investiti nel 2024 dai fondi sovrani globali. Le banche multilaterali di sviluppo hanno fornito circa 66 miliardi di dollari per sostenere progetti green nei paesi emergenti, ma questa somma rappresenta solo il 10% dei finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi climatici globali.
Un aspetto cruciale di questa campagna è stato il modo in cui l’opinione pubblica è stata influenzata. Attraverso campagne mediatiche orchestrate, grandi attori economici hanno presentato il Green Deal come un imperativo morale ed economico, omettendo spesso informazioni chiave. Think tank sostenuti da interessi privati, come il Climate Emergency Fund e 350.org, hanno ricevuto milioni di dollari per spingere politiche specifiche. Ad esempio, il Climate Emergency Fund ha distribuito 8 milioni di dollari nel 2023 a organizzazioni giovanili per il clima, mentre la Rockefeller Brothers Fund ha stanziato 21,6 milioni di dollari tra il 2018 e il 2024 per iniziative di pressione politica.
I grandi fondi, come quelli sostenuti dalla European Climate Foundation e IKEA Foundation, hanno promosso campagne focalizzate sulle rinnovabili, ma molte di queste sono state criticate per enfatizzare i vantaggi a breve termine trascurando costi e impatti reali: lo scopo, evidentemente, non era il clima, ma metter fuori mercato le aziende che non aderivano al Green Deal finanziato, anche attraverso l’opinione pubblica.
Per spingere il mercato ad accettare le nuove soluzioni tecnologiche, si è agito non solo con incentivi, ma anche attraverso divieti e normative stringenti.
Città come Milano, Berlino e Parigi hanno introdotto vaste zone a basse emissioni, vietando la circolazione dei veicoli a motore a combustione più vecchi, imponendo costi aggiuntivi per le registrazioni di veicoli diesel e introducendo pedaggi urbani crescenti per chi non utilizza mezzi elettrici. Ad esempio, a Londra, nel 2024, la Ultra Low Emission Zone (ULEZ) è stata ampliata per includere quasi tutta l’area metropolitana, con una tassa giornaliera di 12,50 sterline per i veicoli non conformi.
Queste misure sono state accompagnate da massicce campagne mediatiche che descrivevano le tecnologie green come una scelta inevitabile per il benessere del pianeta, ignorando però il costo reale per famiglie e imprese. Secondo un sondaggio di Eurobarometro del 2024, il 62% dei cittadini europei si dichiarava preoccupato per l’aumento del costo della vita legato alle politiche green, ma queste preoccupazioni sono state spesso liquidate come una resistenza al cambiamento. Gli incentivi ideologici hanno avuto il ruolo di fornire una giustificazione morale a scelte politiche ed economiche che spesso servivano a favorire pochi attori finanziari già ben posizionati sul mercato.
Queste campagne non solo hanno spostato la percezione pubblica, ma hanno anche creato un clima di pressione sociale per chiunque non potesse permettersi il passaggio immediato a soluzioni più costose come i veicoli elettrici. Il risultato è stato un mercato distorto, in cui la competitività è stata sacrificata sull’altare di interessi economici mascherati da ideali ecologici.
Le conseguenze delle politiche green sull’industria meccanica europea sono state drammatiche, con effetti visibili in termini di riduzione della produzione, perdita di posti di lavoro e perdita di competitività globale. Nel 2024, il settore automobilistico europeo ha prodotto 10,2 milioni di veicoli, registrando una riduzione del 18% rispetto ai 12,5 milioni del 2019. Questo declino è attribuibile all’aumento dei costi di conformità alle normative ambientali e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento.
In Germania, principale produttore automobilistico dell’UE, le aziende sono state particolarmente colpite. Volkswagen, ad esempio, ha annunciato il trasferimento di una parte significativa della sua capacità produttiva in Nord America. Questo spostamento è dovuto ai costi energetici più bassi negli Stati Uniti, dove il prezzo medio dell’elettricità è di 0,11 €/kWh, contro i 0,30 €/kWh della Germania. Inoltre, il rallentamento delle vendite di veicoli a combustione interna, penalizzati da normative come l’Euro 7, ha ulteriormente eroso i margini di profitto.
In Italia, il 55% delle aziende del settore automobilistico ha riportato una riduzione degli ordini nel 2024. Questo ha portato a una contrazione media del fatturato del 12%, con perdite stimate di oltre 1,8 miliardi di euro. Stellantis, uno dei principali gruppi industriali, ha dichiarato la chiusura temporanea di 4 stabilimenti in Europa, con la perdita di circa 35.000 posti di lavoro tra il 2023 e il 2024, includendo sia dipendenti diretti che nell’indotto. Parallelamente, Bosch, leader nella produzione di componenti, ha ridotto la forza lavoro in Europa del 15%, equivalente a 9.000 posti di lavoro, spostando parte della produzione verso mercati asiatici più favorevoli.
La Francia ha registrato un calo del 14% nella produzione automobilistica nel 2024 rispetto all’anno precedente. Renault ha riportato un decremento del 22% nelle vendite di veicoli a combustione interna, accelerando i piani per la completa elettrificazione entro il 2030. Tuttavia, questa transizione ha comportato un aumento medio dei prezzi al consumatore del 35%, escludendo una parte significativa della popolazione dal mercato dei veicoli nuovi.
Le politiche green hanno inoltre spinto molte aziende a investire pesantemente nell’elettrificazione. Nel 2024, i veicoli elettrici rappresentavano il 21% delle vendite nell’UE, con una crescita del 10% rispetto al 2022. Tuttavia, la produzione di batterie è stata limitata dalla dipendenza dai minerali critici. La Cina, responsabile del 70% della produzione mondiale di batterie, ha consolidato la sua posizione, mentre l’Europa è riuscita a coprire solo il 15% della domanda interna. Questo squilibrio ha reso l’industria europea vulnerabile a interruzioni nelle forniture, con un aumento medio dei costi delle batterie del 25% nel 2024.
Le difficoltà economiche e industriali hanno avuto un effetto domino sull’indotto. Schaeffler, produttore di componenti con sede in Germania, ha annunciato il taglio di 4.700 posti di lavoro, pari al 10% della sua forza lavoro europea. In Spagna, il settore dei fornitori ha registrato un calo del fatturato del 19%, con circa 12.000 aziende che hanno dichiarato difficoltà finanziarie.
La perdita di competitività globale è diventata evidente quando la Cina ha raggiunto una quota di mercato del 35% nella produzione automobilistica mondiale, spingendo molte aziende europee fuori dai mercati emergenti.
La strambata americana
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025 ha inaugurato una nuova fase nella politica economica e ambientale degli Stati Uniti.
Nel suo discorso inaugurale, Trump ha definito il Green Deal una “truffa globale progettata per distruggere l’industria americana”, annunciando l’uscita immediata dagli accordi climatici internazionali. Ha dichiarato che “l’America non sarà mai più vincolata da regole imposte da burocrati stranieri” e ha promesso di rilanciare l’industria nazionale attraverso la riduzione delle normative ambientali e un ritorno alle fonti energetiche tradizionali. Tra i punti centrali del suo programma figurano l’espansione del settore petrolifero e del gas naturale, insieme a massicci investimenti nell’energia nucleare.
La sua amministrazione ha immediatamente avviato il Patriot Energy Plan, un pacchetto di incentivi fiscali e investimenti pubblici pari a 50 miliardi di dollari destinati a infrastrutture per l’energia fossile e nucleare. Trump ha sottolineato che queste politiche avrebbero “restituito agli americani il controllo del loro futuro economico”, promettendo di creare 500.000 posti di lavoro entro il 2026 nei settori energetico e manifatturiero. Il messaggio era chiaro: l’America avrebbe privilegiato il pragmatismo economico rispetto agli obiettivi climatici globali, concentrandosi su energia a basso costo e competitività industriale.
Questa svolta è stata preceduta da un segnale importante nel settore finanziario: l’uscita di BlackRock dal Net Zero Asset Managers Initiative (NZAM). Già all’inizio del 2025, BlackRock, il maggiore gestore patrimoniale al mondo con oltre 10 trilioni di dollari in asset, ha annunciato la sua decisione di abbandonare l’impegno a raggiungere emissioni zero nei portafogli gestiti. Larry Fink, CEO di BlackRock, ha giustificato questa scelta dichiarando che “le pressioni politiche non devono interferire con le decisioni di investimento”. Questa mossa è stata anche una risposta alle crescenti critiche da parte di stati americani come il Texas e la Florida, che avevano minacciato di ritirare fondi pubblici gestiti da BlackRock a causa delle sue politiche ESG considerate troppo invasive.
BlackRock ha rapidamente riallocato le proprie risorse, investendo oltre 80 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2025 in progetti legati all’energia tradizionale, inclusi oleodotti e impianti di estrazione nel Golfo del Messico, ribattezzato da Trump nel suo discorso inaugurale “Golfo d’America”. Questa strategia è stata accolta con favore da molti settori industriali, che vedevano nelle politiche ESG un ostacolo alla crescita.
La scelta di BlackRock non solo ha anticipato il cambiamento politico guidato da Trump, ma ha anche influenzato altri grandi gestori patrimoniali, come Vanguard, che hanno iniziato a rivedere le loro politiche ambientali.
L’inversione di marcia americana ha avuto un impatto immediato sulla scena globale. Aziende come General Motors e Ford hanno annunciato piani per ampliare la produzione interna di veicoli tradizionali e ibridi, attirate dagli incentivi fiscali previsti dal Made in America Act, che offre fino a 12.000 dollari per ogni veicolo prodotto localmente.
In parallelo, il Dipartimento del Commercio ha introdotto tariffe ridotte e incentivi fiscali per le aziende che riportano la produzione sul suolo americano, soprattutto nei settori della manifattura pesante e dell’automotive. Queste politiche hanno già attratto colossi come General Motors, che ha annunciato investimenti per 7 miliardi di dollari nella costruzione di nuovi stabilimenti negli Stati Uniti entro il 2026.
A seguito degli incentivi, anche Volkswagen ha ridotto la sua esposizione in Europa del 18% per concentrare gli investimenti negli Stati Uniti.
Questo spostamento delle politiche climatiche e industriali sta ridefinendo l’equilibrio globale. La Cina e gli Stati Uniti, attraverso approcci diversi ma convergenti, stanno consolidando il loro dominio industriale, capitalizzando il declino europeo, mentre l’Europa rischia di essere relegata a un ruolo secondario.
Torniamo in Europa, con un dato.
Il valore complessivo del settore manifatturiero europeo è crollato del 25% tra il 2020 e il 2024, rendendo molte aziende appetibili per acquisizioni a prezzi sottostimati.
La crisi dell’industria europea, amplificata dalle politiche green e dalla competizione globale, ha creato un terreno fertile per la svendita di asset strategici e la conquista di mercati chiave da parte di grandi capitali internazionali. Il valore complessivo del settore manifatturiero europeo è crollato del 25% tra il 2020 e il 2024, rendendo molte aziende appetibili per acquisizioni a prezzi sottostimati.
Ad esempio, il colosso cinese Geely ha acquistato quote significative in aziende europee di alta tecnologia automobilistica come Mercedes-Benz e fornitori come ZF Friedrichshafen, ampliando il suo controllo su know-how strategico europeo. Il fondo americano KKR, invece, ha speso oltre 5 miliardi di euro in acquisizioni nel 2024, concentrandosi su aziende di componentistica e sistemi di automazione industriale in Germania e Francia.
La fragilità delle aziende europee è ulteriormente dimostrata dalla svendita di asset produttivi. Nel 2024, Valmet Automotive, leader nella produzione di veicoli elettrici, è stata acquisita da un consorzio cinese per appena 1,2 miliardi di euro, nonostante fosse valutata 2,5 miliardi nel 2021. Analogamente, Faurecia, importante produttore francese di componenti automobilistici, ha venduto il 30% delle sue quote a investitori stranieri per ripianare debiti accumulati durante la crisi.
Le difficoltà economiche hanno avuto un effetto a catena sull’indotto. In Italia, Magneti Marelli, storico produttore di componentistica, ha chiuso il suo stabilimento principale a Bologna nel 2024, lasciando senza lavoro 1.500 dipendenti. In Germania, Schaeffler ha dichiarato un calo del 12% del fatturato, con il conseguente taglio di 4.700 posti di lavoro.
I fondi globali, oltre ad acquisire direttamente aziende, stanno investendo massicciamente in settori ad alta redditività che sostituiscono progressivamente le tecnologie europee. La Cina, attraverso il suo programma di sovvenzioni industriali, ha stanziato 369 miliardi di dollari per consolidare la sua posizione nei mercati delle batterie e dei veicoli elettrici, sottraendo ulteriori quote di mercato all’Europa. Gli Stati Uniti, grazie all’Inflation Reduction Act, offrono incentivi fino a 12.000 dollari per veicolo prodotto localmente, attirando capitali e produzione lontano dal continente europeo.
La vendita sottocosto di aziende europee non riguarda solo il settore automobilistico. Nel 2024, il comparto siderurgico ha visto la chiusura di ArcelorMittal Italia a Taranto, con la perdita di 3.200 posti di lavoro. I grandi investitori, tra cui fondi sovrani del Medio Oriente, hanno acquisito impianti siderurgici in Spagna e Polonia a prezzi ribassati, garantendosi il controllo di risorse strategiche per la transizione energetica globale.
Due scenari per il futuro dell’Europa
Alla luce di questi sviluppi, emergono due scenari principali per l’industria europea.
Nel primo scenario, i grandi capitali internazionali continuano a rilevare aziende europee, trasformandole in filiali asservite agli interessi globali. Questo modello non solo esautora l’Europa dal controllo sui propri settori industriali strategici, ma riduce anche la sua capacità di innovazione e competitività a livello globale.
Nel secondo scenario, i grandi capitali trascurano l’industria europea, lasciando che questa si disintegri ulteriormente. In tal caso, l’Europa rischia di diventare un gigantesco mercato di consumo e un parcheggio per le tecnologie prodotte negli Stati Uniti (se va bene) e in Cina (se va male). Tale situazione comprometterebbe anche la capacità dell’Europa di finanziare e sostenere la propria produzione per la Difesa, un settore cruciale per cercare di rimanere a galla in un contesto geopolitico sempre più problematico per il Vecchio Continente.
Naturalmente è probabile che si assista ad un mix dei due scenari.
In tutti i casi, l’indebolimento strutturale dell’industria europea rappresenta una perdita inevitabile non solo per l’economia del continente, ma anche per la sua autonomia strategica in un mondo sempre più multipolare. A vantaggio dei soliti noti.
Bibliografia:
- Global Sustainable Investment Alliance (2023). Global Sustainable Investment Review 2023. Disponibile su: www.gsi-alliance.org
- Reuters (2024). BlackRock’s Green Investments Reach $2 Trillion. Disponibile su: www.reuters.com
- World Bank (2024). State and Trends of Carbon Pricing 2024. Disponibile su: www.worldbank.org
- Bloomberg (2024). Critical Minerals Market Analysis. Disponibile su: www.bloomberg.com
- ACEA (2024). Automotive Industry Report. Disponibile su: www.acea.auto
- Schaeffler Group (2024). Annual Sustainability Report. Disponibile su: www.schaeffler.com
- European Battery Alliance (2024). Market Analysis. Disponibile su: www.eba.europa.eu
- Palombi, M. (2024). Il Vero Green è il Colore del Dollaro. Nuovo Giornale Nazionale. Disponibile su: www.nuovogiornalenazionale.com
