Esteri

A Rafah morti per un falso e cinico sistema di aiuti

di Giuliano Longo

Il 27 maggio, migliaia di palestinesi si sono riversati verso un centro di distribuzione di aiuti umanitari a Rafah – affamati dopo mesi di carestia –  per essere accolti dal fuoco di agenti di sicurezza privati ​​in preda al panico.

Ciò a cui il mondo ha assistito al centro di distribuzione di aiuti umanitari di Tal as-Sultan non è stata solo una tragedia, ma  il fallimento  di un sistema di aiuti che avrebbe dovuto alleviare le sofferenze del popolo della Striscia di Gaza.

Presentato da Israele e dagli Stati Uniti come un modello di dignità e neutralità, il nuovo centro d della Gaza Humanitarian Foundation si è disintegrato nel caos poche ore dopo l’apertura, ma la verità è che il nuovo Centro era progettato non per nutrire gli affamati, ma per controllarli e contenerli.

 Veniamo ai fatti come riportato e ripresi in video da tutti i media internazionali.

 La gente affamata di Gaza – costretta ad aspettare per ore sotto il sole cocente, ingabbiata in corridoi di metallo per ricevere una scatola di cibo –  ha cominciato a premere scatenando il caos. Il personale di sicurezza di una agenzia statunitense ha aperto il fuoco e  poco dopo, elicotteri israeliani hanno evacuato il personale americano,  sparando altri colpi di avvertimento sulla folla.

Questa la ingloriosa, se non ignobile fine di quel  centro di raccolta di aiuti tanto strombazzato e crollato  solo poche ore di attività.

Con questa iniziativa, la Gaza Humanitarian Foundation aveva promesso  aiuti liberi dalla corruzione di Hamas, dalla burocrazia delle Nazioni Unite e dal caos della società civile palestinese. Invece, ha prodotto la più cinica rappresentazione di uno strumento di controllo, disumanizzante e umiliante con poco cibo  distribuito da “mercenari armati”,  difesi dell’esercito israeliano occupante.

Ancora più agghianciante il paradosso, riportato da molte fonti non di parte, che quanto veniva distribuito  non era nemmeno sufficiente per sopravvivere con confezioni che contenevano le calorie appena necessarie per prevenire la morte per inedia.

Nessuna verdura,  nessun seme da piantare, nessun attrezzo per ricostruire, solo cibo lavorato per mantenere in vita una popolazione in crisi permanente e dipendente dalla pietà dei propri aggressori.

Le foto del centro di distribuzione mostrano gente disperata, sfinita dalla fame, dalle malattie,, stipata in corsie di metallo come bestiame,  mentre fissano la canna di un fucile come nei campi di concentramento  del secolo scorso.

Jake Wood, direttore esecutivo della fondazione, si era dimesso pochi giorni prima del fallimento dell’operazione Tal as-Sultan, affermando nella sua lettera di non credere più che la fondazione potesse aderire “ai principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”.

Ma un’iniziativa di aiuto a una popolazione occupata e assediata non può mai essere neutrale quando si coordina con l’esercito occupante, per di più escludendo i palestinesi da ogni decisione o da un minimo di collaborazione.

 Dei 91 tentativi delle Nazioni Unite di consegnare aiuti alla Striscia di Gaza settentrionale assediata tra il 6 ottobre e il 25 novembre, 82 sono stati respinti e 9 sono stati ostacolati. Michael Fakhri, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo, ha accusato Israele di aver condotto una “campagna di fame” contro i palestinesi a Gaza già nel  settembre 2024.

In un rapporto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha avvertito che carestia e malattie stavano “uccidendo più persone di bombe e proiettili”. Tra il 19 e il 23 maggio, solo 107 camion di aiuti sono entrati a Gaza dopo oltre tre mesi di blocco, mentre ne sarebbero stati necessari almeno  500 al giorno equivalenti ad almeno oltre 40.000 camion.

Ma la “degradazione degli aiuti” non è iniziata solo dal  7 ottobre con l’attacco terroristico di Hamas,  perché i palestinesi di aiuti ci vivono  da 76 anni. Prima del 1948, la Palestina esportava agrumi in Europa, produceva sapone che veniva commerciato in tutta la regione e produceva vetro, coltivavano il proprio cibo e costruivano le proprie case.

La Nakba (l’esodo)  obbligò lo sfollamento di 750.000 palestinesi e già nel 1950  gli ex contadini facevano la fila per le razioni dell’UNRWA. Alla luce dei fatti di questi giorni è evidente che non si trattò solo delle conseguenze della guerra, ma di una cinica strategia deliberata per indebolire la capacità di indipendenza palestinese sostituendola con il cronico bisogno di beneficenza.

L’apparente contraddizione è che oggi gli Stati Uniti, principale donatore della Agenzia ONU (UNRWA),  forniscono anche  la maggior parte delle armi che distruggono Gaza,  secondo la logica colonialista che finanziare la violenza  crea  la necessità di finanziare gli aiuti.

Il tragico spettacolo della  Gaza Humanitarian Foundation di martedì   rappresenta questo sistema di umanitarismo coloniale. Aiuti consegnati da appaltatori privati, coordinati con le forze di occupazione, distribuiti in zone militarizzate progettate per aggirare ogni istituzione palestinese. 

Nella sostanza un umanitarismo da  “controinsurrezione” contrabbandato come , beneficenza umanitaria con il rivoltante paradosso che  i palestinesi sono stati incolpati della loro disperazione,  in spregio assoluto della loro Karamah,  parola araba che significa dignità, onore, rispetto.

Finché la comunità internazionale non comprenderà questa semplice verità, Israele e i suoi alleati continueranno a spacciare questi strumenti di dominio come sollievo alle popolazioni, mentre   quanto  è accaduto a Rafah non è stato un fallimento degli aiuti, ma il risultato di un sistema progettato per disumanizzare, controllare e cancellare.

aggiornamento la crisi mediorientale ore 12.34

Related posts

Caso Eitan, il ministero della Giustizia italiano su l’estradizione del nonno: “Israele non la concede per i suoi cittadini”

Redazione Ore 12

Patrick Zaki resta in carcere. Altri 45 giorni di detenzione

Redazione Ore 12

Romania e Moldavia, la nuova espansione Nato sul fianco russo

Redazione Ore 12