di Margherita Lopes (*)
Mentre l’AI inizia a dare i suoi frutti nel mondo della medicina, nel bene e nel male, in realtà sta cambiando anche il mondo del lavoro. Ma in che modo? “In effetti stiamo osservando non tanto una vera delega decisionale all’intelligenza artificiale, quanto piuttosto una messa in scena della delega”, dice a LaSalute di LaPresse Francesco Branda, ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico e fresco socio della Società europea per l’etica e la politica dell’intelligenza artificiale (Sepai), che ne parla su ‘Philosophy & Technology’ stigmatizzando l’illusione dell”AI-First’. L’impressione è che alla vera competenza si sostituisce in modo strisciante un sapere copia-incolla. “Questo è un fenomeno estremamente diffuso e, direi, strutturale in questa fase. Quello che vediamo non è semplicemente un aumento del copia e incolla, ma qualcosa di più profondo: una sostituzione progressiva della competenza con la performance della competenza stessa”, afferma lo studioso. “Molte organizzazioni oggi adottano una retorica molto forte intorno all’idea di diventare AI-first. Questo linguaggio suggerisce che l’intelligenza artificiale sia ormai in grado di guidare processi decisionali complessi o di sostituire competenze consolidate. Tuttavia nella pratica quotidiana accade qualcosa di diverso: si introducono progetti pilota, sperimentazioni circoscritte, iniziative simboliche che raramente vengono realmente integrate nei processi produttivi o decisionali”, chiarisce lo studioso. Per Branda insomma “la delega all’AI spesso non è reale. L’intelligenza artificiale non è ancora sufficientemente affidabile, né sufficientemente contestualizzata, da sostituire il giudizio umano nei processi complessi”. Eppure si dice che “lo suggerisce l’algoritmo”, “lo indica il modello”, oppure che “l’AI ha analizzato i dati”. “Questo crea una forma di autorità algoritmica simulata, che talvolta serve più a legittimare decisioni già prese che a guidarle davvero”, continua. Qui entra in gioco un secondo fenomeno: “In molte organizzazioni si ripete il linguaggio dell’AI, cioè modelli, prompt, automazione, agenti, data-driven decision making, senza possedere davvero le competenze necessarie per comprendere come questi strumenti funzionino o quali siano i loro limiti. Si tratta di una sorta di mimetismo epistemico: si imita la forma del sapere tecnologico senza possederne la sostanza”, afferma Branda. In questa sorta di far west dilaga “la shadow AI. In assenza di linee guida chiare e di una reale strategia organizzativa – spiega l’esperto – le persone iniziano a utilizzare strumenti di intelligenza artificiale in modo informale e spesso invisibile ai processi ufficiali. I dipendenti generano testi, report, analisi o presentazioni con strumenti generativi senza che queste pratiche siano realmente integrate nei sistemi di qualità o di revisione dell’organizzazione. Il risultato è un ecosistema informale in cui l’AI diventa uno strumento di produttività individuale, ma non un vero elemento di trasformazione organizzativa”, avverte.Così ci troviamo con documenti generati con AI senza verifica approfondita, analisi lampo prive di un dominio reale del tema, decisioni prese sulla base di output che pochi hanno le competenze per valutare criticamente. “Il punto cruciale è che l’intelligenza artificiale non riduce la soglia di competenza necessaria: la trasforma. In passato, la competenza professionale era spesso legata alla produzione diretta di contenuti: scrivere un report, elaborare un’analisi, progettare una strategia”. Tutto questo “genera una inflazione di contenuti apparentemente sofisticati ma epistemicamente fragili. Per questo motivo sostengo che il vero rischio dell’AI nelle organizzazioni non sia la sostituzione dell’intelligenza umana, ma la diffusione di ciò che potremmo chiamare competenza simulata: sistemi e persone che sembrano sapere molto più di quanto sappiano davvero. E questo, nel lungo periodo, rappresenta una sfida culturale e istituzionale molto più seria della semplice automazione”, conclude Branda. Chi ci aiuterà a riconoscere i falsi talenti nell’era dell’AI?
(*) La Presse
