di Viola Scipioni
«Il fascismo non c’è. I fascisti sì, ma non sono un pericolo incombente. E allora ripetere slogan da talk show non serve a nulla». Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano, nel libro Antifascisti immaginari (PaperFirst, prefazione di Marco Travaglio) punta il dito contro una sinistra impantanata nel “piagnisteo” e incapace di parlare ai giovani.
L’antifascismo, dice, non può essere «una cantilena posticcia e desolante». Serve invece una memoria viva, capace di confrontarsi con le contraddizioni, comprese quelle delle foibe: «parole nette da Sergio Mattarella, ma Elly Schlein e Giuseppe Conte non c’erano. Non sarebbe bello se fossero meno ambigui?». Non è un attacco alla Resistenza, anzi. Padellaro cita Giuseppe Cordero di Montezemolo, monarchico e inizialmente fascista, torturato e ucciso alle Fosse Ardeatine. «I valori ci sono, ma vanno recuperati senza pigrizia», afferma.
E sulla cultura woke: «animata da un principio sano, ma spesso usata come manganello. Basta col parossismo». Per Padellaro, anche i talk show sono parte del problema: «due squadre, una contro l’altra armate. Si fanno casting. Poi: adesso menatevi».
In questo contesto, torna attuale Pier Paolo Pasolini, che nel suo breve saggio Il fascismo degli antifascisti denunciava il conformismo travestito da impegno, e in un suo romanzo, Una vita violenta, raccontava una resistenza sporca, popolare, vera, lontana dalla retorica celebrativa. Una Resistenza che non ha bisogno di liturgie televisive per essere riconosciuta.
Il rischio, oggi, è che tutto diventi “fascismo”, e allora niente lo è più davvero. «A via Tasso non c’era nessuno, quando sono andato. Eppure, parliamo di un luogo fondamentale per la memoria», ricorda Padellaro, con amarezza.
Dal libro emerge anche una critica all’antifascismo da “rendita di posizione”. Un antifascismo che, come nota il Presidente Matterella, nel Messaggero del 10 febbraio 2025, «non può dimenticare le sofferenze di tutti, comprese quelle legate all’esodo giuliano-dalmata».
Se non si cambia linguaggio, si perde una generazione. «Verso i giovani serve una voce nuova, diretta, coinvolgente. Altrimenti si chiamano fuori. Hanno antenne finissime per ciò che appare strumentale».
Padellaro vota ancora centrosinistra, ma senza illusioni. E chiude così la sua intervista al Corriere della Sera: «ho 79 anni, non cerco clemenza. Volevo solo dire delle cose. Chiare».
