di Giuliano Longo
Il Washington Post ha recentemente pubblicato un articolo allarmistico secondo cui la “prossima tappa” di Putin, dopo l’Ucraina, potrebbero essere l’Armenia e/o il Kazakistan.
L’articolo è stato pubblicato in vista del Vertice C5+1 che si è svoltoa Washington tra i cinque leader dell’Asia centrale e Trump. La menzione di Armenia e Kazakistan afferma in sostanza che l‘Armenia è un Paese insostituibile lungo la nuova “Rotta Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale” (TRIPP) che oggettivamente apre la strada a un nuovo confronto con la Russia.
Il timore a Mosca è anche che la Turchia, membro NATO, possa estendere la propria influenza nel Caucaso meridionale e in Asia centrale attraverso questa rotta di cui il Kazakistan occupa un posto , poiché è il paese più ricco di questa regione e condivide con la Russia anche il confine terrestre più lungo del mondo 6.500 chilometri.
A Mosca non si nasconde la preoccupazione che tanto che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha messo in guardia dai piani dai piani statunitensi ed europei ormai palesi.
Secondo gli analisti americani i disordini della scorsa estate in Armenia sarebbero stati un fallito colpo di stato appoggiato dal Cremlino, mentre il Kazakistan sarebbe preso di mira con il sostegno a reti di influenza filo-russe che potrebbero precedere un conflitto etno-regionale simile a quello del Donbass nel nord.
Per il Cremlino la preoccupazione è che Stati Uniti, Unione Europea, NATO e Turchia – tutti alleati dell’Ucraina per procura e in varia misura – possano sfruttare le due regioni per minacciare la sicurezza della Russia, alimentandole attorno un cordone sanitario esteso dall’Europa orientale al Caucaso meridionale – ad esclusione (per ora) della Georgia – e all’Asia centrale.
Ed è proprio a questo punto che riemerge l’esito del conflitto fra azeri e armeni sul Nagorno-Karabak,
Conclusosi il conflitto a favore degli azeri il presidente armeno Vahagn Khachaturyan puntò il dito contro Mosca per non essere intervenuta direttamente nel conflitto anche se nel 2023, ritenne che l’operazione dell’Azerbaigian ripristinasse una situazione giuridicamente corretta. Ma soprattutto per evitare un confronto diretto con la Turchia che quell’anno si poneva ancora – o intendeva porsi – come mediatore nel conflitto ucraino.
Un calcolo evidentemente errato se il presidente azero Aliyev recentemente ha ricevuto una delegazione della NATO discutendo di una stretta cooperazione in ambito militare ed economico e annunciando che “In questo piano si sta lavorando a una stretta cooperazione con l’esercito turco”.
E qui sta un altro nodo che di preoccupazione del Cremlino ben consapevole delle mire panturche su quell’area che si estende ai paesi russofoni non solo del Caucaso, ma di tutta l’Asia centrale. .
La questione del confronto con gli Stati Uniti d’altra parte non è nuova da quando l’influenza americana su quell’area ebbe inizio almeno dal 2015 quando si tenne il primo vertice C5+1 con la presidenza di Obama.
Allora erano prevalenti gli obiettivi economici mentre con Trump vanno accentuandosi quelli geopolitici per la competizione con la Cina che già minaccia il primato di Mosca su quei territori.
Di qui a pensare, come avvertono le teste d’uovo americane, che in quella regione ambita da Washington per le sue immense risorse, possa ripetersi una Ucraina bis, appare più una provocazione che una prospettiva reale o quanto meno immediata.
In primo luogo per l’oggettivo indebolimento di Mosca derivante dal conflitto ucraino, ma anche per i corposi interessi di interscambio economico non solo in Kazakistan, ma anche con tutte le altre le repubbliche centroasiatiche e persino con Azherbaijan e Armenia, che peraltro fanno ancora parte della Cominità degli Stati Indipendenti (CSI) ex sovietici.
Senza contare che nemmeno la Cina vedrebbe con favore una espansione americana in quella immense aree asiatiche che, più o meno esplicitamente, già considera l’enorme futuro “cotile di casa propria”.
