Intervista ad Andrea Cinosi, Fondatore e CEO della Start-Up YLIWAY
di Michele Rutigliano (*)
In un mondo sempre più dominato dalle grandi piattaforme digitali, è molto frequente sentirsi dire: Ma perché le Big Tech parlano quasi esclusivamente americano? E soprattutto, quale spazio resta all’Europa e all’Italia nella nuova geografia del potere tecnologico? Di questi argomenti, che rivestono ormai enorme rilevanza nel nostro dibattito pubblico, ne abbiamo parlato con Andrea Cinosi, Fondatore e CEO della Start-Up YLIWAY e attento osservatore delle dinamiche che caratterizzano questo settore.
Dottor Cinosi, partiamo dalla domanda centrale: perché oggi le grandi piattaforme tecnologiche sono quasi tutte americane?
Non è un caso, è il risultato di un ecosistema costruito nel tempo. Tra il 1945 e il 1980 gli Stati Uniti hanno costruito una filiera dell’innovazione composta da cinque anelli connessi: scienza di base, scienza applicata, ingegneria, impresa, capitale di rischio. Quando nel 1980 la filiera è stata completata, il vantaggio è diventato strutturale. Le Big Tech – da Google ad Apple, da Amazon a Meta, da OpenAI ad Anthropic – sono il prodotto finale di quella infrastruttura, non l’opera di un genio in un garage.
E quindi non è solo una questione di risorse economiche?
Le risorse non sono mai state il problema principale. Manca il meccanismo che trasforma una scoperta universitaria in azienda globale. Negli Stati Uniti quel meccanismo è il Bayh-Dole Act del 1980: una legge di poche pagine che consente alle università di brevettare le scoperte fatte con fondi pubblici e di partecipare alle imprese che ne nascono. In Europa una norma equivalente non esiste ancora.
In tutto questo scenario, dove si colloca il ritardo europeo?
Il ritardo europeo è strutturale, non congiunturale, e ha quattro componenti ben precise. Manca un equivalente del Bayh-Dole. Mancano i fondi pensione che investono in venture capital, perché in Europa il risparmio resta parcheggiato in titoli di Stato. Manca un’istituzione pubblica di venture capital con governance indipendente come Bpifrance in Francia. Devono crescere le competenze professionali di valutazione del rischio. Quattro pezzi che altrove esistono e da noi no. I talenti ci sono, l’infrastruttura no.
In altre parole, produciamo innovazione ma non la trasformiamo in leadership industriale.
Esattamente. E ci sono tre generazioni di ingegneri italiani che lo dimostrano: Federico Faggin, vicentino, che nel 1971 ha progettato per Intel il primo microprocessore commerciale al mondo; Pietro Perona, oggi al California Institute of Technology; Luca Carlone, salernitano, oggi al MIT. Hanno prodotto altrove innovazioni che in Italia non avrebbero potuto sviluppare. Ogni talento che parte non è una perdita banale: è un pezzo di futuro che non torna.
Lei introduce un concetto forte: la sovranità tecnologica. Di cosa si tratta?
Non è uno slogan, ma una questione strategica. Sovranità tecnologica significa una cosa molto concreta: chi produce la tecnologia ne detta le regole. Se domani gli algoritmi che gestiscono la sanità italiana sono americani, le scelte sanitarie italiane saranno scritte di fatto a Washington o in California. Se i sistemi di pagamento passano da piattaforme cinesi, i dati finanziari italiani saranno letti a Pechino. Non è paranoia geopolitica: è il funzionamento ordinario di qualsiasi rapporto tra produttore e cliente.
Questo significa che il ritardo tecnologico diventa anche un problema politico?
Esattamente. È un problema politico nel senso più letterale del termine. Un Paese che non produce tecnologia di frontiera diventa cliente di chi la produce. E i clienti non scrivono le regole, le subiscono. Vale per sanità, energia, informazione, difesa, e in prospettiva per qualsiasi servizio pubblico mediato da software. La dipendenza tecnologica è dipendenza politica raccontata con altri nomi.
L’intelligenza artificiale è il nuovo terreno di competizione globale?
L’AI è il terreno principale, ma non l’unico. Nel 2026 le prime cinque aziende tecnologiche americane investiranno in Capex (Capital Expenditur, in italiano Spese in conto capitale) circa 660 miliardi di dollari. La sola Amazon ne investirà 200: sei volte l’intera spesa italiana annua in ricerca e sviluppo, pubblica e privata insieme. Una sola azienda, un solo anno, sei volte un intero Paese. E lo stesso schema di ritardo si ripete nelle industrie aerospaziali, nelle comunicazioni satellitari, nella robotica avanzata e nell’AI che è solo la punta dell’iceberg.
E questo che significa? Che siamo già in ritardo irreversibile?
No, ma il tempo a disposizione si sta rapidamente riducendo. Nel digitale i vantaggi competitivi hanno un effetto valanga. La filiera non si costruisce in un anno: servono dieci, quindici, vent’anni. Se non si inizia oggi, nel 2036 non saremo dove siamo adesso, saremo molto più indietro con conseguenze profonde sul nostro sistema produttivo e sul mercato del lavoro.
Cosa dovrebbe fare concretamente l’Europa per colmare questo divario?
Le leve sono note e sono quattro. La prima: una filiera pubblica di venture capital con governance indipendente, sul modello di Bpifrance, che in dieci anni ha fatto crescere di nove volte il finanziamento alle startup francesi. La seconda: un Bayh-Dole europeo che permetta alle università di trasformare la ricerca in imprese. La terza: una riforma che apra il risparmio previdenziale europeo al venture capital. La quarta: la formazione di competenze professionali di valutazione del rischio. Tutte già sperimentate altrove con risultati misurabili.
E l’Italia? Ha un ruolo in questo scenario?
Un ruolo possibile c’è. L’Italia ha competenze, creatività e capacità industriale. Ha prodotto innovazioni scientifiche che pochi Paesi al mondo possono vantare: basti pensare a Marconi, Meucci, Fermi, Faggin, e l’elenco sarebbe lungo. È mancata la filiera che avrebbe dovuto costruirsi intorno a quei talenti ma questo gap possiamo recuperarlo facilmente con leggi ad hoc. E oggi abbiamo una leva specifica che nessun altro Paese europeo può giocare con la stessa profondità: i borghi.
Piccoli centri in zone di straordinaria qualità paesaggistica, oggi in progressivo svuotamento, che possono diventare nodi di una filiera distribuita di hub di innovazione. Non rivitalizzazione folk: infrastruttura vera, connettività, residenze per fondatori, servizi professionali, con costi di insediamento una frazione di quelli di Milano o Berlino. Il capitale seguirebbe volentieri, perché una piccola sede di un fondo di venture capital in un borgo italiano è branding che nessun ufficio di Londra può comprare, ed è anche la location ideale per gli eventi che quel capitale usa per attrarre deal flow (flusso d’affari). È una scelta da fare adesso, non una vocazione da raccontare dopo.
Qual è il messaggio che potremmo lanciare alle nuove generazioni di professionisti, ai manager e in più in generale ai decisori politici?
Il messaggio è uno solo: il dominio delle Big Tech non è casuale, è il risultato di scelte ben precise. Tra il 1945 e il 2000 gli Stati Uniti ne hanno fatte quattro — il Bayh-Dole, i fondi pensione nel venture capital, l’ antitrust forte e l’ apertura commerciale di internet — che hanno consentito di costruire un ecosistema che nessun altro Paese democratico è ancora riuscito a replicare. Nessuna di queste scelte è stata fatta in Italia e poche ne sono state fatte in Europa. Il problema non è cosa fare: le leve sono note. Il problema è se avremo il coraggio politico e industriale di farlo, e di farlo adesso. La logica del consenso trimestrale ha bloccato l’Italia per cinquant’anni. Ma oggi un leader politico ha più margine di vent’anni fa per intestarsi una battaglia di lungo periodo, perché il consenso non si costruisce più sulle bandiere ideologiche ma su leader e temi capaci di mobilitare.
Se l’Italia e l’Europa, in questo settore, si impegnassero sul serio, quale dovrebbe essere, secondo Lei, la” madre di tutte le battaglie”?
Io credo che dopo anni di disaffezione dal voto, prodotta dalla ripetizione delle stesse ricette, la filiera dell’innovazione debba essere il tema nuovo che può spostare voti e lasciare una traccia politica reale. E tra tutte le battaglie possibili, è oggi la più forte che un leader o uno schieramento possa attestarsi: è l’unica che tiene insieme crescita degli investimenti, PIL di lungo periodo e occupazione qualificata; attiva il volano (flywheel) che ha fatto degli Stati Uniti quello che sono; è quella che potrà riequilibrare il capex europeo ( il capital expenditur) rispetto a quello americano e cinese e che potrà restituire al Paese un’immagine di futuro invece che di conservazione. Rientra pienamente in quello che Draghi ha chiamato debito buono: spesa pubblica che non pesa sulle generazioni future perché genera ricchezza maggiore del suo costo. È una battaglia che può rinforzare una leadership e produrre aggregazioni trasversali tra partiti diversi, perché sul debito buono destra e sinistra italiane hanno smesso di litigare da tempo. Ora ci serve soltanto qualcuno che decida di farla e, soprattutto, condurla a buon fine.
(*) Giornalista
