Nell’ambito dell’inchiesta per caporalato su Deliveroo, la Procura di Milano ha notificato questa mattina anche una “richiesta di consegna” documenti a McDonald’s, Burger King, Carrefour, Esselunga e altre 3 società per “vagliare i modelli organizzativi” e “verificare” se sono “idonei” a “impedire” il reato di caporalato. I carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano hanno eseguito l’atto disposto dal pubblico ministero, Paolo Storari, basato sul fatto che le società, tutte non indagate, risultano in “rapporti contrattuali” con Deliveroo Italy srl, posta in controllo giudiziario d’urgenza, e si avvalgono degli stessi “rider” sfruttati per “effettuare le consegne di prodotti”. Oltre alle 4 multinazionali citate della grande distribuzione organizzata e dei fast food, i militari si sono presentati anche nelle sedi di Poke House spa, Crai Secom spa e KFC Kentucky Fried Chicken (Original Bucket srl), tutte collocate fra Milano e Assago.
Fra la documentazione di cui è stata chiesta l’esibizione ci sono gli “organigrammi aziendali”, i “sistemi di controllo interni”, i modelli 231, il “registro delle segnalazioni Whistleblowing” e l’attività di audit svolti rispetto alla “gestione dei fornitori di materie prime, beni e servizi” e alla esternalizzazione “anche parziale, della produzione, dal 2023 a oggi”. Il presupposto dell’ordine di esibizione documenti disposto dalla Procura è che modelli organizzativi non adeguati a prevenire lo sfruttamento potrebbero configurare un’agevolazione colposa del caporalato, come già contestata negli ultimi due anni dal pm Storari a numerosi brand della moda fra cui Armani, Dior, Louis Vuitton e altri.
Caporalato: rider Deliveroo, ‘150 km al giorno, lavoro per 20 ore’. La posizione di Pm e Gip
C’è chi è costretto a fare il rider “7 giorni su 7” per circa “11 ore di continuo”, loggandosi sull’app alle 11 del mattino e poi staccando alle 22 per “svolgere un secondo lavoro come facchino”. “Arrivando a lavorare”, dal “lunedì al venerdì”, anche “20 ore al giorno” per “pagare 650 euro tra affitto e utenze” e mandare altri “600 euro” alla famiglia in Nigeria. Sono le testimonianze dei rider di Deliveroo raccolte dai carabinieri del Nucleo ispettorato lavoro di Milano nell’inchiesta per caporalato coordinata dal pubblico ministero di Milano, Paolo Storari. “Questo ritmo di vita mi sta logorando, sia fisicamente che mentalmente”, ha messo uno di loro a verbale. Le paghe fisse individuate dagli inquirenti sono fra 3-4 euro a consegna e il resto variabili “in base ai chilometri calcolati dall’ algoritmo” ha spiegato un altro ciclofattorino. Lui può percorrere fino a “150 chilometri al giorno” con “consegne” anche a lunga distanza. Durante l’intera giornata, che iniziata “con l’accesso all’app installata sul telefono”, la “posizione è visibile alla società tramite GPS”. In caso di ritardo nella consegna “riceve una telefonata”. “La piattaforma può intervenire, verificare, sollecitare”, ha detto agli investigatori. Sono formalmente partite Iva ma nessuno di loro può “determinare autonomamente la tariffa”, si legge agli atti del decreto di controllo giudiziario d’urgenza disposto dalla Procura. Inoltre la “piattaforma non si limita a retribuire le prestazioni” ma “misura anche le scelte del rider” su “accettazioni e rifiuti” che incidono sulle successive “assegnazioni” mostrando il “controllo esercitato dal committente”. Su tutto questo da registrare le valutazioni e gli atti della magistratura, che fanno sapere come la “tutela” della “dignità” dei lavoratori in “condizione di debolezza contrattuale” non “può essere lasciata alla sola libera contrattazione di mercato”. Questo quanto scrive il pubblico ministero di Milano, Paolo Storari, agli atti dell’inchiesta per caporalato su 20mila rider che vede indagata Deliveroo, riprendendo integralmente un passaggio messo nero su bianco il 19 febbraio dal gip Roberto Crepaldi nel provvedimento con cui ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Glovo-Foodinho, altro colosso del food delivery indagato. Per i magistrati, che citano giurisprudenza a supporto delle loro tesi, che si tratti di un “lavoratore subordinato” e dipendente o di un “lavoratore autonomo” a partita Iva con “caratteristiche di parasubordinazione”, come i rider delle consegne cibo, entrambe le categorie hanno diritto a una “retribuzione conforme” alla Costituzione. Deve essere quindi proporzionata alla “quantità e la qualità” del lavoro svolto e comunque sufficiente a garantire “una esistenza libera e dignitosa”.
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