di Viola Scipioni
La trattativa tra UE e Stati Uniti sull’inasprimento dei dazi entra in una fase cruciale: mancano otto giorni allo scadere dell’ultimatum imposto da Donald Trump, e l’esito di questo scontro non riguarda solo i mercati, ma l’identità stessa dell’Europa come attore politico unitario. In gioco c’è molto di più di una contesa commerciale: c’è la capacità del Vecchio Continente di farsi valere nel mondo come soggetto collettivo, di proteggere le sue imprese e, soprattutto, di mantenere saldi i principi che ne fondano la coesione.
Il commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, è volato a Washington con l’obiettivo di scongiurare l’aumento delle tariffe americane dal 10% al 50% su gran parte delle esportazioni europee, minaccia che incombe dal 9 luglio. È il culmine di una strategia inaugurata da Trump fin dal suo ritorno alla Casa Bianca: il 12 marzo ha imposto dazi pesanti su acciaio, alluminio e auto europee; il 2 aprile ha rilanciato con tariffe “reciproche” al 20%; il 23 maggio ha minacciato il colpo finale.
L’Europa, divisa nelle sue anime economiche e politiche, ha dovuto trovare una posizione comune. Da un lato Francia e Paesi nordici chiedevano fermezza e “simmetria”, dall’altro Italia e Germania spingevano per evitare lo scontro frontale, pur a costo di accettare un accordo asimmetrico. A prevalere è stata la linea del compromesso: mantenere il dazio americano al 10%, ma ottenere in cambio l’abbattimento delle tariffe su settori chiave come acciaio, auto, farmaceutica, semiconduttori e alcolici.
Una resa? Non proprio. È una strategia del “male minore”, che mira a evitare l’implosione del mercato comune e, soprattutto, l’erosione dell’unità politica europea. Trump, infatti, ha più volte tentato di trattare con i singoli Stati membri per mettere in crisi Bruxelles. Ma l’Europa, almeno per ora, ha fatto fronte comune. Lo ricorda Manfred Weber, capogruppo PPE all’Europarlamento: «siamo quasi pari. L’Ue vale il 22% del Pil globale, gli Usa il 25%. Trump non può trattarci come fa con Canada o UK. L’unità è il nostro punto di forza».
Ma la posta in gioco è ancora più alta quando si guarda alla questione delle Big Tech. La Casa Bianca sta usando la leva dei dazi per forzare l’Europa a rivedere il Digital Services Act e il Digital Markets Act, due regolamenti approvati per contenere lo strapotere delle piattaforme americane. I segnali di cedimento ci sono: la Commissione ha finora ritardato le prime multe previste per colossi come Apple, Meta e X. E al G7 si è persino accettato di escludere le multinazionali digitali americane dalla Global Minimum Tax.
Per alcuni, come il ministro italiano Giorgetti, è un compromesso «onorevole» per evitare ulteriori ritorsioni. Per altri, è un cedimento grave: «sarebbe disonorevole per l’Europa e per chi prometteva di combattere l’elusione fiscale».
Il negoziato in corso, quindi, non riguarda solo acciaio e alluminio, ma il futuro del modello europeo: la sua capacità di regolamentare i mercati, proteggere i consumatori, imporre una visione economica fondata su equità, trasparenza e legalità. Se l’Europa saprà resistere, uscirà rafforzata. Se cederà, lascerà campo libero a un ordine globale sempre più dettato dalla forza e non dal diritto.
