Esteri

Iran, il regime è davvero frammentato e diviso come afferma Trump?

di Giuliano Longo (*)

“Gravemente frammentato”: così il presidente Donald Trump ha descritto il governo iraniano – quando ha esteso il cessare il fuoco – per dargli il tempo di elaborare una proposta “unificata”. La stessa mancata partecipazione dell’Iran al secondo round dei colloqui in Pakistan con il vicepresidente JD, ne sarebbe la dimostrazione.

Ma scorrendo le analisi di molti esperti – anche occidentali – le cose sembrano invece aver preso una piega diversa.

La stessa insistenza iraniana sul fatto che gli Stati Uniti debbano porre fine al blocco dei porti iraniani prima che i colloqui possano riprendere, dimostrerebbe invece che quella leadership è più coesa di quanto venga descritta dal Presidente.

Ls stampa mediorientale – ad esempio – ritiene che la gestione del potere in Iran abbia subito una metamorfosi da quando Stati Uniti e Israele hanno eliminato la maggior parte dei vertici militari e politici del regime, compreso il leader supremo Khamenei.

Il risultato è che dirigenti, alti burocrati e apparati di intelligence e della difesa -non sempre su posizioni convergenti e più spesso in competizione tra loro provenienti da tutto lo spettro politico della Repubblica islamica – sta ora decidendo il futuro del Paese sotto la minaccia di una guerra esistenziale, anche in assenza della guida di Mojtaba Khamenei, quasi scomparso pubblicamente.

In sostanza una nuova leadership – erede di quella decimata dalle bombe – cstretta fra la pressione degli Stati Uniti e quella interna proveniente dai gruppi intransigenti che si rifiutano di dichiarare la sconfitta, ha una sua linea coerente  

Se questa nuova elite vuole sopravvivere anche nella prospettiva postbellica, deve mostrare coesione al popolo iraniano colpito dalla guerra con qualche migliaio di morti fra i civili, non vuole che proprio un accordo di pace che faccia riemergere quella diffusa opposizione che è stato uno dei pretesti – o motivazioni – per l’attacco israelo americano.

Semmai le divergenze politiche rimangono interne mostrando pubblicamente coesione, anche se divergono su come gestire la guerra e condurre i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti..

“Le diverse fazioni della leadership iraniana sono ora più allineate rispetto a prima della guerra”, ha dichiarato alla CNN Trita Parsi, vicepresidente esecutivo del Quincy Institute for Responsible Statecraft. “Poiché si tratta di una cerchia molto più ristretta… questa cerchia è più unita sulla strategia da adottare in guerra“.

Contrariamente a quanto ha dichiarato Trump la prova del nove sarebbe proprio la per ora partecipazione dell’Iran ai colloqui di questa settimana. E la successiva proroga americana al cessate il fuoco

Teheran ha mantenuto una posizione pubblica coerente, affermando che i suoi negoziatori non avrebbero partecipato ai colloqui e accusando Washington di violare il cessate il fuoco e senza mostrare una “seria intenzione di perseguire una soluzione diplomatica”.

Ancor prima della guerra, la Repubblica islamica di Ali Khamenei manteneva ferme le sue posizioni sul diritto all’arricchimento dell’uranio – negandone l’uso militare- mentre alimentava il suo sostegno ai suoi gruppi alleati. Rivendicazioni che ha portato avanti anche nei negoziati con l’amministrazione Trump costringendo in qualche modo il riluttante Netanyahu ad un cessato il fuoco con Hamas, peraltro ogni giorno a rischio.

Nella sua propaganda, la leadership politica iraniana si è adoperata per smentire le notizie di lotte intestine presntando unanimità agli obiettivi militari del paese e alla strategia negoziale.

“Parlare di divisioni tra alti funzionari è una stanca manovra politica e propagandistica degli avversari dell’Iran“, ha scritto mercoledì il 1° giugno Mehdi Tabatabai, vice portavoce del presidente iraniano. “L’unità e il consenso tra il fronte, l’opinione pubblica e i diplomatici in questo momento sono stati eccezionali e degni di nota” ha ribadito.

Simbolo di tale unità è diventato Mohammad Bagher Ghalibaf presidente del parlamento per lungo tempo ed ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, che ha guidato il primo round di negoziati con gli Stati Uniti a Islamabad ed è ora considerato una delle figure più rappresentative della Repubblica Islamica.

Lui stesso – quando giunse a a Islamabad per il primo round di colloqui, – era accompagnato da numerosi di funzionari iraniani che probabilmente rappresentavano – nelle loro diversità di ruoli e incarichi in patria – l’ostentazione di un potere coeso.

E proprio qui sta l’abbaglio – più o meno voluto da Trump – perché la ragione per cui le due parti non riescono a raggiungere un accordo non sarebbe una leadership iraniana “frammentata” è “lontana dalla realtà”, ma dalla incoerenza del Presidente americano fra minacce di distruzione e tregue.

Nel fine della scorsa settimana, Stati Uniti e Iran sembravano vicini a un accordo per porre fine alla  guerra. Ma Venerdì scorso Trump ha iniziato a pubblicare aggiornamenti sui colloqui in corso sui social media e a parlare telefonicamente con diversi giornalisti, mentre gli intermediari pakistani lo tenevano informato sugli sviluppi delle trattative in corso.

I ripetuti commenti pubblici del Presidente avrebbero quindi danneggiato i colloqui, alimentando la già profonda diffidenza degli iraniani nei confronti degli Stati Uniti.

Nel frattempo di fronte alla minaccia di annientamento, il regime iraniano ha smantellato il suo tradizionale sistema di centri di potere rivali che si sono contesi il potere per quasi cinque decenni.

Ne sarebbe nata una nuova struttura di guerra con l’obiettivo di guidare la Repubblica islamica fuori dalla crisi senza ammettere la sconfitta, che sarebbe letale per il futuro del regime.

Ultimamente grandi folle in rappresentanza delle fazioni più intransigenti del Paese si sono radunate quotidianamente a sostegno del regime e contro qualsiasi accordo con Washington che metterebbe l’Iran in una posizione di sconfitta.

Mentre quegli oppositori che Trump voleva “salvare” rimangono schiacciati non solo dalla repressione, ma anche dal pericolo incombente di venir tacciati come “traditori della patria” con tutte le conseguenze immaginabili.

Al momento queste posizioni intransigenti  dominano il parlamento e i media statali, che criticano qualsiasi prospettiva che possa far cantare vittoria Trump.

Quando il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha fatto notare la scorsa settimana che lo Stretto di Hormuz era stato aperto alla navigazione commerciale, è stato duramente attaccato dagli oltranzisti costringendolo il a fornire spiegazioni giustificatorie.

E’ inoltre più che ovvio che l’attuale struttura del regime iraniano, differisce nettamente dal modo in cui la Repubblica islamica è stata governata per 37 anni sotto la Guida Suprema Ali Khamenei.

Suo figlio, Mojtaba, è stato nominato a capo del Paese, ma si trova tuttora nascosto, forse ferito o gravemente invalido, quindi non in grado di impartire istruzioni chiare ai suoi subordinati o, quanto meno, riattivare quel “gabinetto ombra” che di fatto determinava le decisioni più importanti del suo defunto padre.

La fine “obbligata” di questa struttura parallela significa che gli esponenti del regime sopravvissuti – e sono ancora in molti nonostante le affermazioni di Trump e Netanyahu – hanno maggiore margine di manovra nel decidere le misure da adottare in materia di guerra e pace.

Che poi la deterrenza americana – ma fino a che punto? – possa determinare la cruenta fine del conflitto per ora sta tutta nelle parole più che nel raziocinio di Trump.

In ogni caso, se è improbabile che l’attuale regime – oggi relativamente teocratico ma più militarizzato – imploda per le sue contraddizioni interne è inevitabile che rimanga l’unico interlocutore di Trump,  anche in opposizione a Netanyahu che ne vorrebbe la completa eliminazione a costo di radere al suolo l’Iran.

(*) Analista geopolitico ed esperto di politica internazionale

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