di Fabiana D’Eramo
Il governo non può andare avanti con gli ultimatum. Lo dice Mario Draghi durante l’ultima conferenza stampa convocata dopo l’atteso incontro con i sindacati. La testa incastrata tra i due stemmi di Palazzo Chigi alle sue spalle, su uno sfondo azzurro rassicurante, a ribadire la saldatura tra il suo impegno e questo esecutivo, il presidente dei Ministri non prevede, non immagina e non fa ipotesi. “Non commento scenari ipotetici. Chiedetelo a Mattarella”, se sarà il caso di ripresentarsi alle Camere, nel caso dell’uscita del Movimento, per verificare se sussiste ancora una maggioranza. Se il governo può continuare a lavorare, se invece dovremo andare a votare. Draghi si stringe nelle spalle, quasi con irritazione — vuole tornare a parlare del cuneo fiscale, dei contratti collettivi. Cose su cui ha potere. “In questa storia sono uno degli attori”, aggiunge, “parte di quel che succede. Non sarei obiettivo. Ho già detto che per me non c’è un governo senza M5s e non c’è un governo Draghi altro che l’attuale. Ma è chiaro che se si ha la sensazione che è una sofferenza straordinaria stare in questo governo, che si fa fatica, bisogna essere chiari.”
E sembra essere chiaro che invece, i grillini, uno scenario ipotetico lo intravedono. Il tragico naufragio alle comunali ha imposto una missione con costi politici e lacerazioni d’immagine ancora da calcolare. Uno spostamento all’opposizione potrebbe portare ai 5 stelle i vantaggi immediati che tutti conoscono. Il sollevamento dalle responsabilità di chi governa, il fascino dell’alternativa, il ritorno ai lustri del Movimento anti-tutto delle origini. Meglio pensarci subito. Nel frattempo, si riunisce il Consiglio nazionale del Movimento, e in serata anche l’assemblea dei senatori, per decidere cosa accadrà domani nell’aula di Palazzo Madama, dove si voterà il decreto Aiuti ma soprattutto la fiducia al governo.
Dal canto suo, Giuseppe Conte si è già detto “insoddisfatto” delle risposte ricevute da Draghi dopo la lettera della settimana scorsa sulle nove richieste del Movimento. La probabilità è che assisteremo al bis della mossa alla Camera di lunedì scorso: astensione. E immaginare che il governo andrà avanti con i 5 Stelle all’opposizione è difficile. Anche perché Matteo Salvini ha dichiarato in una conferenza stampa alla Camera che con i suoi della Lega “non siamo disposti a restare in un esecutivo senza il M5S.”
E la crisi si fa sempre più nitida. Draghi lo sa e, quando chiede di fare chiarezza sulla voglia o meno di restare al governo, non lo dice solo al M5s, ma “lo dico anche per tanti altri che a settembre minacciano sfracelli e cose terribili”. Resta vago, ma non c’è bisogno, e anche quando da una giornalista arrivano richieste di chiarimenti – questi che “minacciano sfracelli”, sono gli esponenti leghisti, vero? – il premier non fa, come il suo predecessore, nomi e cognomi. “Io ho fatto un esempio. Le ci metta il nome che vuole”. E passa oltre. Come a ribadire: della crisi, parlatene con Salvini, parlatene con Conte, chiedete al Quirinale; finché il governo lavora bene – “e non è che finora non abbiamo fatto niente”, ricorda – io ci sono.
In effetti, la voglia di ricucire con i 5 stelle c’è, e non è nemmeno con molti sforzi che Draghi si allinea con le richieste dei suoi dissidenti. “Quando ho letto la lettera dei 5 stelle”, ha detto più in là durante la conferenza, “ho trovato molti punti di convergenza con l’agenda di governo, quindi l’incontro di oggi con le forze sociali va esattamente in quella direzione. Nei mesi scorsi ho auspicato un nuovo patto sociale per gestire la fase che attraversiamo e che attraverseremo nei prossimi mesi. Lo scopo del patto è la continuazione della crescita e la protezione del potere d’acquisto per i lavoratori, i pensionati e le famiglie. L’economia italiana continua a crescere ma le previsioni sono piene di rischi. Dobbiamo intervenire per favorire l’occupazione, per lottare contro le diseguaglianze che si aggravano gravemente. E per fare questo occorre essere insieme.”
Eppure nonostante il governo e il Movimento sembrino voler lavorare per raggiungere lo stesso obiettivo, il presidente del Consiglio sta ottenendo il risultato di perdere l’appoggio pieno della principale forza politica in Parlamento e, con le provocazioni di Salvini e i silenzi di Letta, il sostegno convinto delle altre forze in campo.
Draghi non è stato finora solo un premier, ma anche, suo malgrado, un acrobata professionista. Ha camminato per diciassette mesi lungo un filo teso fra le diverse anime del governo. Finché l’urgenza della crisi lo ha permesso, come equilibrista è stato straordinario. La politica del cessate il fuoco si è rivelata vincente e produttiva, anche agli occhi di chi all’inizio non ci credeva: la stagione della campagna elettorale permanente era momentaneamente tramontata con il richiamo al dovere dei partiti. Ma non è possibile mantenere a lungo un patto consolidato ma fragile che antepone la ricerca di una maggioranza, di norma precaria, ai contenuti di programmi politici naturalmente in contrasto. Ora Draghi rilancia la palla ai partiti, alla politica. Chiedete a loro.
