Esteri

Iran, Donald vuole dividere con Bibi la gloria della vittoria e sulla guerra cambia idea

di Giuliano Longo

Dopo un’altra notte di attacchi e contrattacchi missilistici fra Israele e Iran per i quali le due parti rivendicano grandi risultati distruttivi è ormai chiaro che Donald Trump sta virando verso un intervento militare diretto degli stati Uniti nel conflitto.

 

Intervento peraltro che non è già mancato per garantire sin dall’inizio dei raid di Israele in termini di Intelligence e supporto logistico alle sue forze aeree.

 

Dopo la riunione dei vertici della sicurezza statunitensi, l’invito agli abitanti di Teheran a sgomberare dalla città e l’intimazione alla resa dell’Iran senza escludere l’eliminazione della Guida suprema Khamenei , ormai nel mirino, è chiaro che il dado è stato tratto.

 

Tranne il miracolo di una improvvisa richiesta di pietà da parte iraniana e la riapertura di trattive, soluzione  che Bibi non accetterebbe comunque se non prima di aver fatto il maggior danno possibile all’Iran con la distruzione dei suoi impianti per l’arricchimento dell’Uranio.

 

La svolta trumpiana che fino a qualche giorno fa parlava di ripresa dei negoziati con Teheran sul nucleare, ha due aspetti, il primo è una sorta di freudiana “invidia del pene” nei confronti dell’amico Netanyahu che forte della sua vocazione criminale, sta ottenendo successi indubbi con il  suo Blitz.

 

Meriti che Trump vuole condividere dopo aver proclamato a destra e manca che l’America non si farà più coinvolgere in conflitti decennali come hanno fatto i suoi predecessori.

 

Questo l’aspetto psichiatrico della vicenda di un presidente che sino a poco tempo fa definiva matto l’amico Putin (per lui son tutti amici finchè non riesce a fregarli).

 

C’è poi un l’aspetto che definire opportunistico, se non maramaldesco, è poco.

 

Questo riguarda la convinzione di Trump che l’Iran, dopo che l’altro amico Bibi  ( che non si fa fregare) ha fatto fuori metà dei vertici militari iraniani e una decina di scienziati, sia ormai sia in una posizione di debolezza e di fatto stia perdendo la guerra.

 

Quindi è giunta l’ora che anche l’America cominci a menare le mani. Classica pugnalata alle spalle come quella di Mussolini che dichiarò guerra alla Francia dopo che i tedeschi erano già arrivati a Parigi.

 

Trump, nel suo infinito e furbesco opportunismo pare convinto che un Iran sconfitto, con o senza Khamenei, una volta regolati i conti con Israele a suon di missili e morti, torni al tavolo della resa in ginocchio e smantelli il suo sistema di arricchimento dell’uranio..

 

Ma soprattutto  si riconosca come una sorta di vassallo della Grande Israele, con indubbio vantaggio dell’altro megalomane di Erdogan, la quale avrà mano libera in tutto il Medio Oriente, con un occhio del sultano al Caucaso e all’Asia Centrale. Mentre lui, Trump, il grande burattinaio tira le fila dei suoi pupazzi.

 

Ovviamente con la prospettiva di una soluzione anche fisica (genocida) della questione palestinese che Bibi ancora stenta a chiudere nonostante le macerie di Gaza.

 

In questo salubre (nel senso di ripulito) contesto, l’ultimatum trumpiano è come il gioco delle tre carte dove l’opzione militare ha già vinto. Uno o due giorni ancora giusto il tempo  che nella regione venga riunito una forza militare di dimensioni e qualità adeguate per un’entrata in guerra su vasta scala con l’Iran.

 

Non è un caso che i lacchè di Sua Maestà britannica stiano già facendo convergere quel poco che resta della loro potenza militare in quell’area per dare una mano ai fratelli americani.

 

Messa così  le Jeux sont faits e rien ne va plus, con il vantaggio che l’autocratico e sanguinario regime degli ayatollah verrà rovesciato dalle folle iraniane inferocite,  grate a Bibi e Donald  di essere state finalmente bombardate.

Una strategia per la pace di lungo respiro ( nella sua testa da bottegaio di successo)  che consentirà al trumpone di ottenere il premio Nobel per la pace e di fare l’America First  fra dazi e contro dazi e un po di cannoniere.

 Certo che ormai i G7 (la cui riunione i diserta quasi subito visto che contano poco dopo che hanno escluso Putin dall’augusto consesso), sono dalla sua parte quando, compresa la Meloni, dichiarano che Israele ha ”il diritto di difendersi”.

 Non solo Giorgia ha solennemente proclamato “l’Iran non sia una potenza nucleare, che equivale a dire fatelo fuori, rinunciando a quel ruolo di mediazione in Medio Oriente che l’Italia ha sempre avuto da Moro, Andreotti e Craxi.

Se dell’aspetto criminoso e psichiatrico  di questa operazione abbiamo già accennato, c’è anche un risvolto onirico nel senso che non tutte le ciambelle riescono con il buco come è già successo con il Vietnam, l’Iraq e in Afganistan, dove il sogno (appunto) dell’invincibile America si è infranto.

Con la differenza che oggi una buona metà del mondo (più o meno libero) fra cui Cina, e Russia, non staranno certo con le mani in mano dopo aver approvato con gioia la svolta del Tycoon.

Che il casino mediorientale faccia per ora comodo a Putin è indubbio.  Distrae l’Occidente “libero” dal conflitto ucraino, con l’ innegabile, ma temporaneo vantaggio, di incassare un pò di miliardi di dollari grazie all’aumento del prezzo del petrolio.

Ancora più gradito a Mosca sarebbe la decisione degli ayatollah e dei loro pasdaran (ormai in agonia) di minare lo stretto di Homuz da cui passa un quinto del petrolio mondiale che affluisce soprattutto in Asia dal Giappone alla Cina dall’India alla Corea. Un altro balzo del prezzo del petrolio.

Anzi, visto il cinismo dei due leader, non è escluso un patto sotterraneo fra Trump e Putin per  il quale  io ti lascio fare in Medio Oriente e tu non  mi disturbi in Ucraina.

Purtroppo, semmai il disegno fosse questo, c’è un problemino. Solo recentemente Russia e Iran hanno firmato un accordo strategico che non è militare come per la Korea del Nord, ma consente a Mosca di ricevere armi e soprattutto tecnologie da Teheran.

Non è un caso che la stampa moscovita di questi giorni inneggi ad un improbabile ruolo di mediazione della Russia, come se ormai anche dopo la Siria, Mosca  non sia fuori dai giochi in Medio Oriente.

Chi non è fuori dai giochi è invece un grande “convitato di pietra”, la Cina che ha rapporti solidi con Teheran e anche con le monarchie sunnite e petrolifere  del Golfo.

Per ora silenti ma nemiche giurate degli sciiti iraniani, che non spariranno certamente dalla scena mediorientale nemmeno sotto il tallone di Davide che non calcherà mai il suolo persiano come a Gaza.

E qui, non avendo nessuno la sfera di cristallo è difficile capire cosa farà Pechino al di là delle solite inutili esortazioni alla pace universale contro ogni guerra che danneggia il commercio, soprattutto il suo.

In fondo anche a Xi fa comodo che il trumpone si impegni militarmente da qualche altra parte, meglio ancora se questo impegno vale per un po di settimane ( ma anche oltre)  come prevede Bibi che di guerre lunghe se ne intende.

Almeno quanto basta a distoglier l’attenzione su Taiwan, mentre la Cina testa le eventuali reazioni statunitensi nel caso decida di annettersela.

Ma  anche qui c’è un problemino.

L‘Iran è un tassello importante nella Nuova Via della seta e nel 2021, è stato firmato un accordo di cooperazione strategica ventennale da 400 miliardi di dollari. Inclusi energia, infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni e difesa.

Può essere che Pechino faccia passare tutto in cavalleria e abbandoni Teheran al suo destino?

aggiornamento la crisi mediorientale ore 14.11

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