La guerra di Trump

Iraq, Al-Zaidi Premier incaricato fra Iran e Usa

 

La designazione di Ali al-Zaidi (nella foto) a primo ministro incaricato segna una nuova fase per l’Iraq, stretto tra le pressioni di Iran e Stati Uniti e alla ricerca di un fragile equilibrio politico e finanziario.La sua nomina è il risultato di una mediazione interna al fronte sciita dopo il passo indietro su Nouri al-Maliki, figura ritenuta troppo divisiva e troppo vicina a Teheran.

Anche l’opposizione di Donald Trump, che ha minacciato conseguenze nei rapporti con Baghdad, ha contribuito a far tramontare quella candidatura. Il presidente Nizar Amedi ha quindi affidato ad al-Zaidi l’incarico di formare il governo entro trenta giorni.

Imprenditore e banchiere, al-Zaidi rappresenta una scelta pragmatica. Alla guida della Al-Janoob Islamic Bank, rappresenta un profilo più tecnico che politico per rassicurare sia i partiti sciiti sia gli attori internazionali.

Decisivo è il fattore economico. Gli Stati Uniti continuano a esercitare influenza attraverso il controllo dei flussi in dollari: recenti restrizioni su parte delle entrate petrolifere irachene hanno mostrato quanto Baghdad resti vulnerabile sul piano finanziario. Il Paese dispone di grandi risorse energetiche, ma la sua autonomia è limitata dai meccanismi del sistema monetario internazionale.

Sul fronte interno, il nuovo premier dovrà affrontare il nodo delle milizie armate, che affiancano lo Stato e rappresentano al tempo stesso una risorsa e una minaccia. Smantellarle rischierebbe di destabilizzare il Paese – come in Libano – ma mantenerle espone l’Iraq a pressioni esterne e possibili sanzioni.

Anche l’economia resta fragile. La dipendenza dal petrolio espone Baghdad alle oscillazioni dei mercati e alle tensioni regionali. La scelta di un uomo d’affari punta a garantire stabilità gestionale, ma non risolve i problemi strutturali legati a corruzione, rendita e dipendenza dall’estero.

La rinuncia ad al-Maliki rappresenta un compromesso: Teheran evita uno scontro diretto con Washington, mentre gli Stati Uniti ottengono l’esclusione del candidato più sgradito senza però guadagnare il controllo del Paese. L’Iraq continua così a muoversi in una logica di equilibrio, senza schierarsi apertamente.

Resta ora da vedere se al-Zaidi riuscirà non solo a formare un governo, ma a guidarlo davvero. Il rischio è quello di un esecutivo nato per mediare più che per decidere. In un contesto segnato da pressioni esterne e fragilità interne, la sua missione sarà soprattutto evitare nuove crisi e mantenere un equilibrio che resta, per definizione, instabile.

BTZ

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