Esteri

La “bacheca della vergogna” sul sito della Casa Bianca. Trump mette all’indice i media nemici

di Luca Ciarrocca (*)

 Dopo le cause miliardarie e gli insulti alle giornaliste, sul sito istituzionale della presidenza è apparsa una pagina che elenca giornali ed emittenti considerati ostili al tycoon.

 

La Casa Bianca ha portato la guerra contro i media a un livello istituzionale, inaugurando sul proprio sito una sezione che scheda gli organi di informazione come autori di “fake news”. La pagina, comparsa pochi giorni fa su WhiteHouse.gov, usa i tag “Fuorviante”, “Di parte”, “Smascherato” e ospita una Hall of Shame, cioè una «bacheca della vergogna degli offensori». Il registro è un archivio dinamico, ogni scheda riporta testata, data, titolo e un capo d’accusa: «Parzialità», «menzogna», «cattiva condotta professionale», «follia di sinistra». Vengono schedati anche singoli giornalisti, esposti con nome e cognome.

 

Nell’elenco figurano quasi tutte le principali testate, dal Washington Post al New York Times, da Cnn a Cbs, Nbc, Abc, Msnbc, accusate di aver pubblicato articoli critici su Donald Trump. La classifica attuale posiziona il Washington Post come il principale «offensore», seguito da Cbs News e Cnn. Nessun politico, nei paesi dell’Occidente, era arrivato mai a tanto. E anche a Pechino e Mosca – seppure lì i sistemi per intimidire i media sono altri – prendono nota della spirale autoritaria imboccata dagli Stati Uniti.

La strategia di Donald

La “Hall of Shame” è il culmine di una strategia perseguita dal tycoon sin dal 2015. Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, già nel primo mandato il presidente ha usato i social migliaia di volte per attaccare la stampa, ricorrendo all’etichetta «notizie false» e alla formula «nemico del popolo». L’obiettivo dichiarato è «distruggere la loro credibilità» agli occhi dell’elettorato di destra che lo ha portato per due mandati al 1600 di Pennsylvania Avenue. I cronisti marchiati di faziosità vengono poi sommersi da insulti online dagli influencer Maga.

Trump è diventato oltremodo volgare e arrogante, soprattutto contro le donne: negli ultimi dieci giorni ha dato della «stupida» a una giornalista e della «porcella» a un’altra.

Il conflitto non è solo verbale. Da mesi il presidente ha ingaggiato una guerra giudiziaria, fatta di ingiunzioni per diffamazione da cifre mai viste. La causa da 475 milioni di dollari contro Cnn, accusata di aver definito «grande menzogna» le sue affermazioni sulle elezioni del 2020, è stata respinta da un giudice federale e la decisione confermata in appello, in nome della tutela costituzionale delle opinioni.

Ma non tutti i media sono usciti indenni. Abc News ha chiuso un contenzioso con un accordo da circa 15 milioni di dollari. Paramount, casa madre di Cbs, ha versato 16 milioni per archiviare una disputa legata a una trasmissione. Poco tempo dopo la Cbs ha annunciato la cancellazione del popolarissimo Late Show di Stephen Colbert (n.1 del segmento) dal maggio 2026, cioè prima che inizi la campagna elettorale di midterm.

Il presidente ha poi intentato una causa da 15 miliardi contro il New York Times per articoli usciti a ridosso delle elezioni del 2024. Un giudice federale, a settembre, ha definito il ricorso «improprio e inammissibile», ma la squadra legale di Trump ha già depositato una versione emendata. In parallelo, va avanti il procedimento da 10 miliardi contro il Wall Street Journal e il suo editore (il gruppo Dow Jones di Rupert Murdoch) per un articolo che collega Trump a un’email a Jeffrey Epstein.

Frenesie social

E qui c’è un paradosso. Mentre la Casa Bianca prova a decapitare i cosiddetti “legacy media” a colpi di insulti, cause e nuove regole di accesso allo Studio Ovale o al Pentagono (scandaloso il caso di Associated Press e Reuters escluse dal pool), in effetti sono ancora le grandi testate di stampa e tv a dettare il ritmo delle giornate presidenziali.

Trump continua a divorare telegiornali, siti e prime pagine online, a parlare con più reporter di qualunque suo predecessore, e a passare il tempo a reagire a inchieste e retroscena pubblicati da quelle redazioni che addita come «nemiche del popolo».

Il suo social Truth Social, se confrontato con i giganti del settore (come Facebook, YouTube, Instagram o TikTok), ha una quota di utenti inferiore all’1 per cento del totale. Ma lui ci perde moltissimo tempo, nonostante scenari geopolitici globali di enorme tensione. Lunedì scorso ha pubblicato o ripubblicato più di 160 post in un intervallo di cinque ore, dalle 19 a quasi mezzanotte. In certi momenti, la frequenza ha superato la media di un post al minuto.

I tentativi di escludere i corrispondenti «nemici» dalla Casa Bianca o di rimpiazzare i grandi media con un nuovo corpo stampa a lui fedele (compresi influencer, podcaster e star dei social) non hanno fermato le fughe di notizie dei dissidenti dell’amministrazione alle maggiori testate. Le cause miliardarie e il ricatto sugli accrediti hanno comunque un effetto raggelante sulle redazioni.

È la fotografia di un’America entrata a pieno titolo in un’era “post-news”, in cui le narrazioni viaggiano su una miriade di canali, si sa, ma il giornalismo capace di portare ai lettori fatti e notizie scomode continua a pesare, eccome. E a irritare il potere. La “Hall of Shame”, anzi, è un incentivo a resistere e non farsi schiacciare.

 (*) Giornalista e scrittore

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