Due membri della Guardia Nazionale della Virginia Occidentale sono stati gravemente feriti nei pressi di una stazione della metropolitana non lontano dalla Casa Bianca e uno di loro è morto nelle ore successive, malgrado ogni tentativo di tenerlo in vita. A sparare, secondo le autorità, è stato Rahmanullah Lakanwal, 29 anni, un cittadino afghano arrivato negli USA nel settembre 2021 grazie a un programma di immigrazione varato dall’amministrazione Biden per proteggere i collaboratori afghani del governo americano dopo il ritiro da Kabul. L’uomo, anch’egli rimasto ferito, è stato arrestato poco dopo. Secondo quanto riferito dal direttore della CIA John Ratcliffe, in passato avrebbe lavorato con unità militari sostenute direttamente dall’Agenzia durante la guerra in Afghanistan. Un passato che rende la vicenda ancora più delicata per Washington, impegnata da anni con programmi di accoglienza pensati proprio per chi ha assistito le forze statunitensi sul campo. Il caso ha avuto immediate ripercussioni politiche e amministrative. Dopo la conferma della nazionalità e dei precedenti del sospettato, l’US Citizenship and Immigration Services ha annunciato la sospensione dell’elaborazione delle richieste di immigrazione provenienti dall’Afghanistan. Un blocco che tocca richiedenti asilo, residenti permanenti e coloro che tentano di entrare nel Paese attraverso i canali regolari. Nel suo videomessaggio serale, il presidente Donald Trump ha definito la sparatoria un “atto di terrorismo” e ha annunciato l’invio di altri 500 soldati della Guardia Nazionale a Washington, senza fornire dettagli sui tempi dell’arrivo. Nel suo intervento, Trump ha nuovamente fatto leva sul tema dei confini e della sicurezza interna, sostenendo che l’episodio “sottolinea la più grande minaccia alla sicurezza nazionale” e ribadendo l’intenzione di accelerare il piano per le deportazioni di massa.
E l’anti-immigrazione Usa non fa sconti: ha arrestato anche una parente della portavoce della Casa Bianca
Una vicenda delicata scuote i corridoi della Casa Bianca: una donna brasiliana, con legami familiari indiretti alla portavoce presidenziale Karoline Leavitt, è attualmente detenuta in un centro di immigrazione in Louisiana. Si tratta di Bruna Caroline Ferreira, madre del nipote undicenne della portavoce, arrestata lo scorso 12 novembre mentre si recava a prendere il figlio a scuola in un sobborgo di Boston. L’accusa delle autorità è quella di soggiorno illegale negli Stati Uniti — secondo il Dipartimento per la Sicurezza Interna, fece ingresso nel paese da bambina con un visto turistico B-2, scaduto nel 1999.
Ferreira, 33 anni, stava cercando di ottenere la green card. Secondo il suo avvocato, Todd Pomerleau, è stata arrestata senza un regolare processo. Nel frattempo, l’ex partner della donna, che è anche il fratello di Karoline Leavitt, ha dichiarato che la sua priorità resta la sicurezza, il benessere e la privacy del figlio, che vive con lui nel New Hampshire.
Pur con questi legami, una fonte anonima riferisce che Leavitt e Ferreira non si parlano da anni. La madre della donna aveva ottenuto protezione temporanea sotto il programma DACA, ma non aveva rinnovato lo status. Aveva presentato domanda per la green card in primavera, attendendo ora l’udienza finale.
Secondo quanto comunicato dal DHS, Ferreira è detenuta in un centro di detenzione dell’ICE nella Louisiana meridionale. Le accuse includono un precedente arresto per aggressione, ma l’avvocato contesta ogni addebito: “Non ha precedenti penali, mostrateci le prove”, ha dichiarato.
Il caso di Ferreira si inserisce in un contesto politico e legale in rapida evoluzione: l’amministrazione Trump ha avviato una stretta sull’immigrazione, intensificando arresti e espulsioni – anche per chi, come molti, si trova in una fase di attesa di regolarizzazione. Avvocati per i diritti civili denunciano un uso sempre più discrezionale di poteri che lascia migranti e famiglie in uno stato di incertezza permanente.
Arresti improvvisi, trasferimenti in strutture remote, difficoltà a comunicare con i propri avvocati e un sistema che separa persone da bambini, affetti, lavoro e stabilità, spesso senza un’evidente urgenza criminale.
