Esteri

  L’America Party di Musk: un déjà vu elettorale che agita i Repubblicani

di Viola Scipioni

Nel panorama politico statunitense, ogni tanto riaffiora un copione ormai familiare: un miliardario eccentrico, spinto da rancori personali e da un’ambizione fuori misura, tenta di scardinare il duopolio politico con la creazione di un terzo partito. Accadde nel 1992 con Ross Perot e la sua Reform Party, torna oggi con Elon Musk e l’annuncio del nascente “America Party”.

Allora, come oggi, il bersaglio è un presidente repubblicano in carica. Nel ‘92 fu George H. W. Bush, oggi è Donald Trump. E se Perot aveva almeno un’agenda chiara, come il pareggio di bilancio federale, Musk si limita per ora a evocare lo spauracchio della spesa pubblica “sprecona”, senza però delineare un progetto politico concreto.

L’iniziativa, tuttavia, ha già sortito un effetto: ha irritato profondamente Trump. Il suo primo commento, via Truth Social, è stato tanto colorito quanto preoccupato: «Elon Musk è deragliato completamente». Ma poi, forse per mascherare la tensione, ha ricalibrato il messaggio: «questo nuovo partito ci aiuterà». Una dichiarazione poco credibile, considerando che l’America Party potrebbe erodere consensi proprio nella base repubblicana.

Musk, infatti, non è popolare tra i democratici, ma mantiene un certo fascino tra i conservatori scontenti. E se dovesse riuscire a mobilitare anche una minima percentuale di elettori swing o delusi dell’universo MAGA, il danno al partito repubblicano sarebbe concreto, anche senza vincere nulla. È l’effetto “spoiler” già visto in passato: bastano pochi punti percentuali per cambiare le sorti in stati in bilico.

Il rischio maggiore per Trump non è la concorrenza ideologica, ma la concorrenza nel caos. Musk ha già flirtato con teorie complottiste, incluso il riferimento non verificato ai file di Epstein, e non è difficile immaginare che una fetta dell’elettorato più radicale possa seguirlo. Una deriva che, sebbene numericamente limitata, ha il potenziale di frammentare una coalizione repubblicana già sotto pressione.

Eppure, nonostante le premesse roboanti, l’America Party rischia di finire come la Reform Party: un fenomeno passeggero, utile solo per qualche titolo di giornale e per complicare i calcoli elettorali. Il sistema politico americano, costruito attorno a un meccanismo maggioritario “winner-takes-all”, non favorisce la nascita e la sopravvivenza di terze forze.

L’iniziativa di Musk, in definitiva, appare come un’espressione di vanità più che di visione politica. Non potrà candidarsi direttamente alla presidenza, e senza una figura credibile a capo del movimento, è difficile che il progetto decolli davvero. Ma anche se il suo impatto fosse minimo, Musk rischia di fare più danni ai suoi ex alleati che ai suoi avversari. E forse, per lui, è proprio questo l’obiettivo.

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