Esteri

Le armi di Hezbollah nell’ospedale? L’IDF ammette: la foto è stata scattata altrove

 

Il 12 aprile, il colonnello Avichay Adraee, ex capo delle comunicazioni dell’IDF, ha pubblicato un post su X in cui annunciava che l’ospedale di Bint Jbeil, nel sud del Libano, sarebbe stato utilizzato da Hezbollah per scopi militari. A supporto…

 

di Raffaele Riccardo Buccolo (*)

 

Il 12 aprile, il colonnello Avichay Adraee, ex capo delle comunicazioni dell’IDF, ha pubblicato un post su X in cui annunciava che l’ospedale di Bint Jbeil, nel sud del Libano, sarebbe stato utilizzato da Hezbollah per scopi militari. A supporto dell’accusa, venivano diffusi un’immagine e alcuni video. Nel post X, Adraee scrive: “Ecco come l’ospedale governativo di Bint Jbeil si è trasformato in una roccaforte terroristica di Hezbollah!!!”. A supporto dell’accusa, veniva diffusa un’immagine presentata, implicitamente, come prova visiva della militarizzazione della struttura.

 

A mettere in discussione questa ricostruzione è stato Alex Martin Astley, giornalista investigativo basato in Libano, che ha deciso di verificare direttamente la fondatezza delle affermazioni israeliane. Astley ha quindi contattato l’IDF attraverso i canali ufficiali riservati ai giornalisti- una unità stampa attiva anche su WhatsApp — chiedendo chiarimenti sull’origine della fotografia utilizzata come prova. Dal confronto è emerso un punto centrale: i luoghi presenti nell’immagine condivisa dall’IDF non corrispondono all’ospedale indicato. Nessuna fotografia o materiale video ritrae stanze riconducibili all’ospedale Bint Jbeil. Come scrive l’IDF in un messaggio a Astley: “La foto ha lo scopo di servire come prova; le armi sono state prese dall’ospedale e fotografate in una vicina posizione. Alcune delle immagini delle armi mostrate nel tweet sono state confiscate dall’ospedale e trasferite in territorio israeliano attraverso un sequestro di armi”. Questo conferma che nelle evidenze presentate dall’IDF non c’è alcuna prova che indichi “armi ritrovate nei locali dell’ospedale Bint Jbeil”.

 

Abbiamo contattato Astley per approfondire la vicenda. Il giornalista ha spiegato ad InsideOver che i primi dubbi sono emersi proprio dall’analisi visiva del materiale diffuso: l’immagine pubblicata “non corrispondeva all’aspetto reale dell’ospedale in questione”.

 

A seguito delle sue richieste di chiarimento, l’esercito israeliano non ha fornito prove alternative in grado di sostenere l’accusa iniziale. “Non ho ricevuto ulteriori elementi e non ho ancora visto prove conclusive a sostegno delle loro affermazioni”, ha spiegato Astley. Un elemento altrettanto significativo riguarda l’assenza di qualsiasi rettifica pubblica da parte dell’IDF: dopo la diffusione delle evidenze da parte di Astley, l’IDF non ha emesso correzioni né chiarimenti ufficiali.

 

Nel pomeriggio del 15 aprile, un membro dell’IDF ha pubblicato su X un post di risposta verso Astley. Nel post è presente un video in cui si vedono alcune armi in una stanza.

Come ha confermato lo stesso Astley ad InsideOver però, non ci sono evidenze nel video che dimostrino che il filmato è stato girato all’interno dell’ospedale Bint Jbeil in Libano

 

Il caso si inserisce in un quadro più ampio. Come sottolineato dallo stesso giornalista, negli ultimi mesi sono state avanzate più volte accuse — analogamente a quanto avvenuto a Gaza — secondo cui strutture sanitarie in Libano verrebbero utilizzate per scopi militari, senza che emergano prove verificabili a sostegno. Sempre Astely ci ha raccontato: “Tutto questo avviene mentre, parallelamente, proseguono gli attacchi contro il sistema sanitario libanese: secondo il ministero della Salute, almeno 87 operatori sanitari sono stati uccisi dagli attacchi israeliani dal 2 marzo”.

 

Secondo i dati disponibili, dal 2 marzo, in meno di un mese, le forze israeliane hanno colpito circa 135 strutture sanitarie in Libano — tra ospedali, centri medici e mezzi di soccorso — uccidendo almeno 87 operatori sanitari e ferendone circa 120, con una media di quasi due operatori uccisi al giorno. Più di cinque ospedali sono stati completamente evacuati e oltre 54 centri di assistenza primaria hanno chiuso.

 

Le testimonianze raccolte sul campo descrivono inoltre l’uso della pratica del double-tap: un primo attacco colpisce civili, seguito da un secondo bombardamento a pochi minuti di distanza, diretto contro i soccorritori intervenuti. A Nabatieh, secondo operatori della protezione civile, le squadre sono state ridotte al minimo per il timore di nuovi attacchi durante le operazioni di emergenza.

 

Il fenomeno non è recente. Tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024, quasi 230 operatori sanitari sono stati uccisi in Libano e sono stati registrati almeno 187 attacchi contro il sistema sanitario. Complessivamente, si stimano oltre 285 operatori sanitari uccisi e più di 330 attacchi dall’inizio dell’escalation nel 2024. Organizzazioni internazionali come Amnesty International hanno parlato di un “modello” di attacchi contro il sistema sanitario, mentre Medici Senza Frontiere e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno lanciato ripetuti appelli per la protezione di civili e strutture mediche.

 

In questo contesto, il caso dell’ospedale di Bint Jbeil solleva interrogativi profondi sul ruolo delle informazioni in tempo di guerra. L’uso di immagini difficilmente verificabili, l’assenza di prove conclusive e la mancanza di rettifiche ufficiali contribuiscono a un clima in cui la distinzione tra obiettivi militari e infrastrutture civili rischia di diventare sempre più fragile, con conseguenze dirette sulla sicurezza dei civili e sull’integrità del sistema sanitario.

(*) Art.21

Related posts

Giornalisticidio a Gaza, il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi denuncia: “Crimini di guerra per cancellare la verità”

Redazione Ore 12

Israele: “Nessuna tregua durante negoziati su ostaggi. Campagna su Gaza potrebbe durare mesi”

Redazione Ore 12

Epatite nei bambini, nel Regno Unito indagini a 360°: anche i cani sotto osservazione

Redazione Ore 12