di Piero Bevilacqua (*) Storico e saggista
Un tempo le forze politiche che ora definiamo Sinistra, e che in passato si nominavano anche Movimento operaio (Partito comunista e socialista, organizzazione sindacale di classe ecc.), agivano sulle proprie scene nazionali animate dalla consapevolezza di essere eredi di un lungo passato di lotte e di conquiste, di essere parte di un movimento internazionale e di avanzare verso il futuro secondo un programma di rivendicazioni immediate e un progetto di società da costruire. L’intero processo, che coinvolgeva milioni di persone, era accompagnato da una costante attività di analisi e di elaborazione intellettuale, dentro e fuori i partiti, che forniva alle rivendicazioni quotidiane analisi, conoscenze, orizzonti. Da qualche decennio questa dimensione intellettuale, culturale, morale, escatologica che accompagnava l’agire politico è stata abbandonata pressoché da tutti i partiti. Il patrimonio teorico che dava profondità all’agire pratico è stato dismesso come un ferro vecchio. Oggi tutto è inchiodato al presente e l’orizzonte del fronte riformatore si limita, nel migliore dei casi, alla rivendicazione di “più risorse alla sanità pubblica”, “più soldi alla scuola”, “maggiore equità sociale” e alle note bagattelle del chiacchiericcio propagandistico.
Quel che vorrei qui illustrare è perché questo è accaduto e quali sono state le forze storiche che hanno portato alla disfatta presente. E, sulla base di questo chiarimento, provare a indicare le condizioni che possono far rinascere la politica quale agente di trasformazione sociale, progetto di una nuova organizzazione della società. Premettendo che il grande crollo subito dal movimento operaio organizzato è stato provocato, a mio avviso, da due agenti e processi convergenti: il successo dell’iniziativa capitalistica in due grandi Paesi, UK e USA, e il crollo dell’Unione Sovietica.
- La cosiddetta globalizzazione a partire dagli ’90 ha contrapposto la mobilità mondiale del capitale alla fissità nazionale del lavoro e ai vincoli della politica entro lo spazio dello Stato-nazione. Si è creata un’asimmetria drammatica. In risposta alle rivendicazioni sindacali il capitale può fuggire nei paesi poveri, a sfruttare la loro forza-lavoro, mentre gli operai delle società di vecchia industrializzazione non possono contrapporre nulla. Così il conflitto si depotenzia, la politica di classe muore, sopravvive l’amministrazione dello status quo. Una grande capacità di penetrazione egemonica hanno avuto, inoltre, le dottrine neoliberiste, le quali si presentavano, in quella fase storica, come un ampio patrimonio di idee, cariche di suggestioni liberatorie e di grande fascino. Chi legge qualche testo di Friedrich von Hayek, ad esempio, non può non rimanere colpito dal radicalismo quasi anarcoide con cui egli esalta le libertà dell’individuo.
Ora, a parte la potenza di fuoco che il movimento neoliberista è riuscito a mettere in atto per conquistare le élites occidentali (efficacemente raccontata da D. De Masi, La felicità negata, Einaudi, 2023) quel paradigma di idee non solo colpiva un marxismo ridotto a ideologia dello sviluppo economico, ma faceva apparire le conquiste della classe operaia dei decenni precedenti (che aveva intaccato, grazie a potenti movimenti rivendicativi, il processo di accumulazione capitalistica) come arroccamenti burocratici e privilegi corporativi che frenavano lo sviluppo e impedivano alla macchina economica di produrre più liberamente e più ampiamente ricchezza. Quella ricchezza che poi, secondo l’ingannevole teoria dello sgocciolamento, si poteva utilmente distribuire anche ai ceti operai e popolari. È stato questo, ridotto all’osso, il messaggio semplice e potente che ha sedotto anche le menti dei dirigenti comunisti e socialisti e le seduce ancora, benché non siano più né comunisti, né socialisti.
- Tale lettura aclassista e sviluppista del capitalismo ha contribuito non poco a una valutazione gravemente sbagliata della dissoluzione dell’URSS: un evento che ha spinto le forze progressiste a guardare alla storia della prima rivoluzione proletaria come a unico grande errore. L’immobilizzazione burocratica di quella società, tanto più evidente di fronte al rutilante slancio che avevano preso le società capitalistiche dell’Occidente, portava facilmente ad accogliere questa versione. Ora – tengo a ricordarlo – esistevano, in quel grandioso esperimento che è stata la Rivoluzione d’Ottobre, dei limiti e degli errori di partenza, in parte legati all’immaturità storica della situazione russa, in parte di ordine teorico, che non possono essere trascurati. Forse i più importanti erano la pretesa di un’economia interamente amministrata dall’alto e l’abolizione totalitaria del mercato. È un nodo su cui bisognerà tornare se si vuole riprendere un progetto di società socialista, ma la lettura dell’esperienza sovietica con “gli occhi dell’Occidente” non solo è sbagliata e ingiusta storicamente, ma ha agevolato la dissoluzione della Sinistra e condotto alle presenti aberrazioni guerrafondaie.
È sbagliata perché trascura le grandi conquiste sociali realizzate in quella esperienza: scuola e università aperte a tutti, sanità gratuita e di buon livello, trasporti pubblici a prezzi popolari, beni alimentari (benché mal distribuiti) a buon prezzo, ritmi umani di lavoro. E la libertà dal bisogno non è certo l’ultima delle libertà. Un livello di egualitarismo che oggi non si può non guardare con ammirazione, soprattutto alla luce delle immense disuguaglianze in cui sono precipitate le società capitalistiche. Oggi è rinata la povertà operaia e lo schiavismo nelle campagne. Ricordo qui che durante la guerra fredda ha dominato in Occidente un trucco comunicativo micidiale, rilevato dalla slavista Laura Salmon nel suo romanzo, C’era una volta l’URSS (Teti editore, 2024).
Anziché confrontare le cose che non andavano bene in URSS con le cose che non andavano bene in Occidente e viceversa, i nostri media paragonavano le inefficienze sovietiche con gli aspetti di maggior successo della società americana ed europea. Cosi, nell’immaginario occidentale, quella società è stata seppellita sotto lo stereotipo unidimensionale del potere censorio e illiberale e dell’inadeguatezza dell’apparato distributivo.
È poi gravemente sbagliato il giudizio sulle ragioni del crollo dell’URSS, perché esso si è privato di una visione classista dei processi e più precisamente di una visione storica. Non si può, infatti, astrarre la costruzione dello Stato sovietico dal contesto dei 70 anni in cui ha operato e, soprattutto, dalle guerre, dai sabotaggi, dalle lotte politiche, culturali, mediatiche con cui l’Occidente ha cercato di soffocarlo. L’assedio è cominciato sin dall’anno della sua nascita, il 1918, con l’esplosione della guerra civile e l’invio di corpi di spedizione europei e Usa a sostegno dell’Armata Bianca. Quasi sempre si dimentica che l’invasione hitleriana del 1941 è stata ispirata anche dalla volontà di soffocare lo Stato comunista in quel paese. Così si omette di valutare quel che ha significato quella guerra nel futuro svolgimento della società sovietica. La Russia non solo ebbe tra 20 e 27 milioni di morti, ma anche un numero mai conteggiato di mutilati e invalidi con cui l’economia sovietica e l’industria devastata dai bombardamenti tedeschi hanno dovuto fare i conti nel dopoguerra. Ed è contro un Paese così ridotto che già a partire dal 1945, con l’amministrazione Truman, gli USA hanno iniziato la guerra fredda e la campagna anticomunista. Da allora l’URSS, che ha sempre vissuto con la sindrome dell’accerchiamento, è stata costretta a dilapidare immense risorse nelle politiche di armamento, sottraendo investimenti ai beni primari e deformando in modo irreparabile la propria economia con gravi conseguenze sociali e politiche. Così è stato per quasi 70 anni. Naturalmente questo non assolve né la precedente dittatura stalinista, né il quasi ventennio di immobilismo burocratico di Breznev, né i vari errori dei gruppi dirigenti. Ma la storia dell’URSS, che non è la storia di un paese qualsiasi, ma di uno Stato anticapitalista, di uno Stato socialista, non si può comprendere se non si conosce la storia della politica estera americana, vale a dire della lotta sistematica e senza quartiere che le ha mosso il più potente Stato capitalista del pianeta.
(*) Storico e saggista
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