Politica

Le condizioni per tornare a parlare di socialismo/2

di Piero Bevilacqua

 

  1. I dirigenti ultimi dei partiti comunisti e socialisti europei non hanno compreso la portata antisocialista e antioperaia della vittoria del mondo capitalista. Hanno apprezzato e valorizzato la conquista delle libertà formali e la ventata di liberalismo che investiva quella società inefficiente, ma hanno dannato la memoria di quel Paese senza comprendere nulla, senza neppure uno sguardo alla catastrofe che si è abbattuta sulla società russa, con l’”apertura al mercato”, nel decennio di Boris Eltsin. Una lunga damnatio memoriae che ha consumato una frattura epocale non solo con il passato della Russia, ma con tutta la storia del movimento operaio cominciata nel XIX secolo.

Di conseguenza, quando si è insediato alla presidenza della Federazione Wladimir Putin, che ha rimesso in piedi un Paese devastato e in preda all’anarchia, e lo ha potuto fare solo attraverso una sistematica e autoritaria opera di ricostituzione del potere statuale, hanno considerato soltanto gli elementi di illiberalità di quella operazione. Dimenticando che il presidente russo governava ormai una società capitalistica aperta al mercato, tant’è che nel 2002 aveva chiesto di far parte della Nato.

 

L‘aver dismesso le categorie classiste dell’analisi sociale e aver abbracciato i paradigmi neoliberisti ha portato esponenti e intellettuali della sinistra residua a interpretare le presidenze di Putin come una riedizione, in nuove forme, del potere sovietico. Putin come uno Stalin dei nostri giorni. Mentre l’acquisizione di una visione euroatlantica ha impedito di scorgere l’inedita aggressività dell’impero unico globale che gli USA erano diventati. Un potere assoluto che esportava la democrazia per il mondo a suon di bombe e che, dopo aver vinto la guerra fredda, voleva disfare la Russia. Si spiega così che la gran parte del fronte democratico e di sinistra, in Italia come in Europa, non abbia capito gran che della guerra in Ucraina e abbia interpretato l’invasione da parte di Putin, che – come sappiamo ormai da una letteratura schiacciante – ci è stato trascinato dall’insediamento della Nato ai suoi confini e a suon di bombe ucraine nelle regioni russofone, come espressione del revanscismo del “dittatore di Mosca”. Così, interpretare la risposta armata dell’Ucraina all’invasione russa come la resistenza della Democrazia contro l’Impero era quanto di più facile e consolante potesse fare quel fronte politico. Ma questa posizione maggioritaria presso i partiti politici, che ha condotto gran parte dei loro dirigenti a convergere sulle stesse posizioni belliciste di tanta destra (e talora di superarle in foga guerriera), non ha solo contribuito alla presente disfatta europea. Tale postazione interpretativa impedisce di comprendere il grandioso processo di mutamento degli equilibri mondiali in corso.

 

L’emergere del fronte dei BRICS, e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che governano gran parte della popolazione mondiale, segnala che i Paesi occidentali non potranno più contare sul saccheggio delle loro economie come hanno fatto negli ultimi cinque secoli. È finita. Cina, India, Brasile, Indonesia, Iran – malgrado le sanzioni vessatorie degli USA – dotate di fiorenti economie industriali e popolazioni giovani, sono sulla strada di uno sviluppo tumultuoso e vogliono trattare alla pari con i vecchi padroni del mondo.

 

Ma non è solo questo. Lo scenario che appare in prospettiva davvero catastrofico per USA e Europa è che la tendenza alla finanziarizzazione, insita nel capitalismo maturo, sarà resa ancor più obbligata dalla competizione insostenibile mossa dai paesi emergenti.

 

Economie di carta, deindustrializzazione, debito pubblico, disoccupazione, bolle speculative pronte a esplodere, questo è il possibile futuro di USA e UE. Alcuni analisti contano sull’uso dell’Intelligenza artificiale per far ripartire il processo di accumulazione. Ma la potenzialità economica di questa tecnologia consiste nel produrre ricchezza con sempre meno lavoro: essa diventerà insostenibile in una società organizzata secondo orari di lavoro ottocenteschi e dentro le vecchie logiche capitalistiche. È la percezione, più o meno chiara, di questo futuro alle porte che induce alla disperazione le inadeguate e improvvisate élites occidentali. Il comportamento banditesco di Trump, anche contro le economie degli alleati europei, non è espressione della sua psicopatia, ma frutto della comprensione della trappola in cui è finito l’Impero. È il leone ferito e accerchiato che ruggisce e mena zampate a destra e a manca.

 

  1. È da questa prospettiva che occorre analizzare i fatti e provare a immaginare quali possono essere le strade per una nuova visione strategica delle forze progressiste.

 

Il primo errore da evitare è quello di valutare le forze del Sud del mondo a partire dai loro ordinamenti interni. Ne ho già parlato in queste pagine (Il pregiudizio democratico, 5.8.2025). Benché in buona parte governati da regimi illiberali, bisogna considerare che soltanto se messi in condizione di sottrarre alla miseria le proprie popolazioni e di sfuggire ai ricatti del dollaro, questi paesi, liberi dalla minaccia di un regime change ad opera degli USA, potranno evolvere in senso democratico e liberale. Ci piaccia o no, ma è verità storica: il nostro liberalismo (e di recente la nostra democrazia) si sono fondati sul dominio di altre economie. Hanno impedito ad altri paesi quelle che sono state le nostre conquiste. È evidente, d’altra parte, che se un qualsiasi Stato del Sud del mondo è indotto a guardare, a ogni movimento rivendicativo che sorga al suo interno, come a una minaccia alla sua sicurezza (perché la CIA, segretamente lo sta manovrando per il suo rovesciamento), la risposta sarà sempre repressiva. E questo penalizza oggi, e continuerà a penalizzare, il conflitto di classe in tante regioni del pianeta. Dunque la sicurezza geopolitica di questi paesi favorisce lo sviluppo di partiti e sindacati, di forze popolari e democratiche.

 

Ma c’è un’altra ragione strategica per cui dobbiamo guardare con favore a questo fronte che avanza. In questi paesi si conserva ancora un immenso patrimonio che noi abbiamo perduto: la relativa autonomia della politica. Gli stati non sono stati privatizzati, com’è accaduto in Occidente. Non sono finiti in mano a un ceto politico vassallo che serve gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari. Basterebbe guardare non solo a Trump, che entra ed esce dal mondo degli affari alla presidenza degli USA, ma anche al cancelliere Merz, passato da Black Rock, il gigante del risparmio gestito, alla guida della Germania, o a Draghi, globetrotter della finanza internazionale e nostro presidenze del Consiglio e così via. L’élite politica, scomparsi i grandi partiti di massa, è diventata un ceto di broker, che, se vuole sopravvivere, deve servire interessi più potenti di quelli di uno Stato sovrano. E non solo lo Stato viene assoggettato a interessi particolari, ma anche la società tende a dissolversi nel progressivo accaparramento privato delle sue risorse. Così non è, invece, per gli stati che noi indistintamente, e con immensa superficialità, spregiamo come autocratici. Lì la politica, per quanto può, anche in una economia sostanzialmente capitalista, agisce prevalentemente secondo logiche pubbliche guardando agli interessi collettivi del paese.

 

È dunque dalla sconfitta dei gruppi dirigenti USA e di quel che resta dell’UE e dall’affermarsi di un ordine internazionale cooperativo, che passa una condizione indispensabile per riaprire le prospettive di un possibile socialismo del XXI secolo. Non solo perché, se non può più trovare condizioni di favore nei paesi un tempo poveri, il capitale sempre meno potrà sfuggire al conflitto. Non solo, dunque, perché si creerà il nuovo spazio sovranazionale comune che l’UE non ci ha garantito. Ma perché questo è il primo fondamento per puntare all’ambizioso tentativo, genialmente elaborato da Luigi Ferrajoli, di una costituzione della Terra (Per una costituzione della Terra, Feltrinelli, 2022) in grado di garantire la pace e di salvare la biosfera dal collasso.

 

E non è tutto. Finalmente in Italia potremmo guadagnare una condizione che abbiamo perduto sin dal dopoguerra: la sovranità (Luciano Canfora, Sovranità limitata, Laterza, 2023). Provate a immaginare quanto durerebbe, nelle presenti condizioni, un governo popolare che intendesse tassare severamente i grandi patrimoni, la rendita fondiaria, bloccare il saccheggio delle città e del territorio, nazionalizzare i servizi strategici ecc. Immediatamente esploderebbe la fuga dei capitali, scatterebbe il ricatto dei gruppi finanziari, fiorirebbero campagne di diffamazione, col seguito di possibili attentati terroristici. Dunque a tutti i democratici atlantisti ricordiamo che la sconfitta della Nato in Ucraina e il ridimensionamento dell’Impero americano sono condizione indispensabile perché l’Italia recuperi la propria sovranità, quella capacità di decidere liberamente il proprio futuro che gli USA le sottraggono da quasi 80 anni.

(*) Storico e saggista

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