di Marco Palombi (*)
Sentiamo spesso parlare della Federal Reserve. E con ragione: essa ha avuto un ruolo cruciale in molti eventi economici globali, e la sua influenza è misurabile attraverso i dati che derivano dalle sue decisioni.
Un esempio significativo è la crisi degli anni ’70, caratterizzata da un’inflazione senza precedenti e politiche monetarie che hanno avuto ripercussioni globali.
Durante quel decennio, l’inflazione negli Stati Uniti raggiunse livelli record: nel 1974 toccò il 12,3%, per poi superare il 13,5% nel 1980. Questa crescita dei prezzi fu alimentata da due crisi petrolifere, la prima nel 1973-1974, innescata dall’embargo petrolifero imposto dall’OPEC, e la seconda nel 1979, in seguito alla rivoluzione iraniana. Questi eventi portarono il prezzo del petrolio a quadruplicare nel giro di pochi mesi: il prezzo del barile di greggio salì da 3 dollari nel 1972 a oltre 12 dollari nel 1974, e poi a 35 dollari nel 1981.
In risposta all’inflazione, la Federal Reserve, sotto la guida di Paul Volcker (nominato nel 1979), adottò una politica monetaria estremamente restrittiva, alzando il tasso di interesse sui federal funds dal 10% del 1978 a oltre il 20% nel 1981. Questo provocò una grave recessione: il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti passò dal 5,8% nel 1979 al 10,8% nel 1982, il livello più alto dalla Grande Depressione. Il PIL reale americano subì una contrazione significativa: nel 1980 si registrò un calo del -0,3%, seguito da un ulteriore calo del -1,8% nel 1982.
Questa stretta monetaria pose fine all’inflazione galoppante, che scese al 3,2% nel 1983, ma le sue ripercussioni furono globali. Molti paesi in via di sviluppo, che avevano contratto debiti in dollari durante gli anni ’70, si trovarono incapaci di ripagare i propri prestiti a causa dell’aumento dei tassi di interesse e del rafforzamento del dollaro. Questo portò alla crisi del debito latinoamericano degli anni ’80, che colpì duramente nazioni come il Messico, il Brasile e l’Argentina.
La crisi del debito colpì il Messico in modo particolarmente grave. Nel 1982, il paese dichiarò l’incapacità di far fronte al pagamento del proprio debito estero, che era esploso durante gli anni ’70 raggiungendo circa 86 miliardi di dollari. Questo portò a un forte deterioramento dell’economia. Nel 1983, il PIL messicano registrò una contrazione del 4,2%, mentre l’inflazione superava il 100%, impoverendo drasticamente la popolazione. Per affrontare la crisi, il Messico fu costretto a implementare politiche di austerità sotto la supervisione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che condizionarono i prestiti di salvataggio alla riduzione della spesa pubblica e a riforme strutturali. Queste misure, pur stabilizzando la situazione nel lungo periodo, aggravarono la disoccupazione e aumentarono le disuguaglianze sociali.
Anche il Brasile fu duramente colpito. Il debito estero del paese, che aveva superato i 90 miliardi di dollari, divenne insostenibile a causa dell’aumento dei tassi di interesse globali. Il Brasile affrontò un periodo di stagnazione economica, con una crescita annuale del PIL che scese a livelli vicini allo zero per gran parte degli anni ’80. L’inflazione, già elevata, raggiunse livelli iperbolici, toccando il 110% annuo nel 1983 e proseguendo con tassi ancora più alti negli anni successivi. Per contenere la crisi, il governo brasiliano adottò politiche di austerità simili a quelle del Messico, che provocarono proteste sociali e un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita della popolazione.
In Argentina, la crisi del debito ebbe conseguenze altrettanto devastanti. Il paese aveva accumulato debiti per oltre 46 miliardi di dollari entro l’inizio degli anni ’80. La situazione peggiorò ulteriormente con l’inflazione, che superò il 300% nel 1983, riducendo il potere d’acquisto dei cittadini e distruggendo i risparmi delle famiglie. La recessione economica e la svalutazione della moneta nazionale portarono a un aumento della povertà e all’instabilità politica. Nel tentativo di ottenere prestiti internazionali, l’Argentina accettò condizioni rigorose dal FMI, che contribuirono a ulteriori tagli alla spesa pubblica e alla privatizzazione di aziende statali.
Un altro esempio del ruolo della Federal Reserve è la crisi finanziaria del 2008, quando la Fed abbassò i tassi di interesse quasi a zero (0-0,25%) e lanciò programmi di quantitative easing (QE). Durante il QE1 (2008-2010), la Fed acquistò asset per 1,75 trilioni di dollari, tra cui 1,25 trilioni di titoli garantiti da ipoteche e 300 miliardi di titoli del Tesoro. Queste misure aumentarono la liquidità e stabilizzarono il sistema finanziario, ma alimentarono il valore degli asset finanziari, contribuendo a una crescente disparità economica. A livello globale, l’espansione monetaria della Fed portò a una massiccia affluenza di capitali verso i mercati emergenti, seguita da un improvviso deflusso quando i tassi di interesse cominciarono a risalire dopo il 2013.
Tra il 2009 e il 2012, i mercati emergenti attrassero circa 2.000 miliardi di dollari in investimenti netti, sostenendo la crescita economica di queste nazioni. Questo afflusso contribuì al rafforzamento delle valute locali: la rupia indiana, il real brasiliano e il rand sudafricano registrarono apprezzamenti significativi rispetto al dollaro durante questo periodo. Tuttavia, l’afflusso di capitali favorì anche un’eccessiva dipendenza dai finanziamenti esteri e un accumulo di debiti denominati in dollari. Al 2013, il debito estero totale di molti paesi emergenti aveva superato il 40% del PIL.
Nel maggio 2013, il presidente della Fed, Ben Bernanke, annunciò che la banca centrale avrebbe iniziato a ridurre gradualmente il QE. Questa dichiarazione, nota come inizio del Taper Tantrum, causò il panico nei mercati finanziari globali, soprattutto nei mercati emergenti. I tassi di interesse sui titoli del Tesoro statunitensi a 10 anni passarono dal 1,6% a maggio 2013 al 3% entro dicembre 2013, mentre il dollaro si rafforzò rapidamente. Ciò aumentò il costo del debito denominato in dollari per i paesi emergenti e scatenò un deflusso massiccio di capitali, che toccò i 14 miliardi di dollari nei soli mesi estivi del 2013.
Le valute delle economie emergenti subirono svalutazioni significative. Tra maggio e agosto 2013, la rupia indiana perse circa il 15% del suo valore rispetto al dollaro, il real brasiliano si svalutò di oltre il 20%, e la lira turca e il rand sudafricano registrarono perdite superiori al 10%.
Queste svalutazioni aumentarono le pressioni inflazionistiche, poiché i costi delle importazioni (in particolare del petrolio e delle materie prime) crebbero rapidamente. Ad esempio, in India, l’inflazione superò il 10% annuo durante il 2013, mentre in Brasile raggiunse il 6,5%, il limite massimo della banda di controllo stabilita dal governo.
Il costo del debito estero divenne insostenibile per molti paesi, in particolare quelli con grandi esposizioni in dollari. Il debito totale delle aziende private in dollari, ad esempio, aumentò significativamente nei mercati emergenti durante il QE, raggiungendo circa 3.000 miliardi di dollari entro il 2013. Con il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei tassi di interesse, molte aziende e governi si trovarono in difficoltà a rimborsare i prestiti. Questo colpì duramente le economie emergenti: il Brasile, che aveva registrato una crescita del PIL del 3% nel 2013, entrò in recessione con una contrazione del -3,5% nel 2015. La Turchia, con un’inflazione superiore al 7% e una crescita rallentata al 2,9% nel 2014, subì un ulteriore indebolimento della sua stabilità economica.
I mercati azionari e obbligazionari dei paesi emergenti registrarono perdite significative. Tra maggio e settembre 2013, gli indici azionari delle economie emergenti persero in media oltre il 12%, con alcuni mercati come quello brasiliano che registrarono cali superiori al 15%. Gli spread obbligazionari sui titoli in dollari emessi da governi e aziende dei mercati emergenti si ampliarono di circa 300 punti base, aumentando ulteriormente i costi di finanziamento.
Il Taper Tantrum mise in luce la vulnerabilità delle economie emergenti alle fluttuazioni nella politica monetaria statunitense.
Ancora, durante la pandemia di COVID-19, la Federal Reserve adottò misure senza precedenti per sostenere l’economia statunitense: ridusse i tassi di interesse a 0-0,25%, un livello storicamente molto basso, e avviò un programma di Quantitative Easing (QE) su scala massiccia, acquistando titoli del Tesoro e obbligazioni garantite da mutui.
Il bilancio della Fed crebbe da 4,2 trilioni di dollari nel marzo 2020 a 8,9 trilioni di dollari nel 2022, segnando un’espansione senza precedenti della liquidità disponibile. Contemporaneamente, l’offerta monetaria M3 negli Stati Uniti aumentò di oltre il 25% in due anni, un ritmo che non si osservava dalla Seconda Guerra Mondiale.
(*) PRESIDENTE DIPARTIMENTO ECONOMIA E FINANZA PPI
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