di Fabiana D’Eramo
La conferenza stampa conclusiva di Giorgia Meloni sul G7 ha coinciso con il Pride di Roma, da cui Elly Schlein ha accusato la premier di aver fatto scivolare l’Italia in fondo alla classifica dei Paesi europei per i diritti Lgbtqia+. Questa, dice Meloni, come lo scontro con Macron sull’aborto, è un’invenzione, una polemica “artefatta”. Niente “passi indietro” su “aborto, diritti Lgbt e compagnia cantante”, taglia corto la premier, tradendo un certo fastidio per le accuse che le opposizioni hanno avanzato dopo che dal documento finale sono spariti la parola “aborto” e i riferimenti sulla protezione dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Accuse che rischiano di oscurare il “successo” del vertice per l’Italia, cui dovrà essere riconosciuto “il ruolo che si merita”, ha commentato. Un ammonimento a Bruxelles: “l’Europa non ignori il messaggio del voto”, avverte il presidente del Consiglio da Palazzo Chigi.
Ma il conservatorismo spinto sui diritti civili potrebbe non essere il modo migliore per stringere i lacci che la legano ai suoi colleghi – che chiama per nome: Emmanuel, Olaf. È stato proprio “Emmanuel”, pochi giorni prima, a lamentarsi per la cancellazione della parola “aborto” dal documento finale, attribuendo la responsabilità alla “diversa sensibilità sul tema con il governo Meloni”. Si era detto “dispiaciuto”, poiché francesi e canadesi avrebbero voluto fare un passo avanti rispetto a un anno fa, col sostegno di Biden. Nel testo del precedente G7 di Hiroshima si parlava di “accesso all’aborto legale e sicuro e alle cure post-aborto”. Nel comunicato finale firmato ora dai Sette Grandi ci si limita a richiamare gli impegni del vertice del 2023, e cioè l’“accesso universale ad adeguati e fruibili servizi sanitari per le donne, inclusa la salute sessuale e riproduttiva”. La spiegazione di Meloni è stata che era troppo lungo scrivere “accesso all’aborto legale e sicuro”: “sarebbe stato troppo prolisso richiamare tutti gli impegni di Hiroshima”, ha detto.
Alla fine Macron ha cercato di chiudere la polemica – “i disaccordi non vanno amplificati, io e Meloni non siamo avversari” – e anche la Casa Bianca ha riferito che il comunicato finale è stato approvato col consenso di tutti i Sette.
Nel testo firmato in Puglia è citato anche l’“impegno per raggiungere l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne in tutta la loro diversità, attraverso una partecipazione piena, equa e significativa in tutte le sfere della società.” Ci si limita quindi ad esprimere “forte preoccupazione per la riduzione dei diritti delle donne e delle persone lgbtqia+ in tutto il mondo”. Una significativa attenuazione del riferimento ai diritti Lgbt, e toni diversi rispetto a quelli usati nel testo giapponese. A Hiroshima si citava l’impegno a “raddoppiare gli sforzi per superare le barriere strutturali di lunga data e ad affrontare le norme, gli stereotipi, i ruoli e le pratiche di genere dannose attraverso mezzi come l’istruzione e a realizzare una società in cui la diversità, i diritti umani e la dignità siano rispettati, promossi e protetti e in cui tutte le persone possano godere di una vita piena e libera dalla violenza e dalla discriminazione, indipendentemente dall’identità o dall’espressione di genere o dall’orientamento sessuale”.
A tal proposito Schlein ha commentato dalla piazza arcobaleno di Roma che “è una vergogna che dopo un anno e mezzo di questo governo Meloni, l’Italia sia scivolata alla 36esima posizione su 48 in Europa, più in basso dell’Ungheria”.
Notizia priva di ogni fondamento, ha smentito il governo, anche se è vero che ha tentato di ostacolare le famiglie arcobaleno, si è opposto al ddl Zan, e lo scorso maggio non ha nemmeno firmato la dichiarazione per la promozione di politiche europee a favore delle comunità Lgbtqia+.
“Possono cancellare qualche parola”, ha detto ancora Schlein, “ma non possono cancellare i nostri corpi e la nostra lotta per la libertà e l’eguaglianza di tutte le persone”. Il portavoce di Roma Pride, Mario Colamarino, ha aggiunto che per la comunità questo è “l’ennesimo schiaffo”. Per Scholz non c’è nulla di nuovo: prima di lasciare il G7 ha puntualizzato che le differenze con Meloni sono “molto evidenti”. “Non è un segreto”, ha detto semplicemente. “È di estrema destra.”
