La guerra di Putin

L’Iran sta mettendo in discussione lo strapotere di Trump

 

di Giuliano Longo

Le ferree leggi del mondo che governano la presidenza di Donald Trump – forza, potere e autorità – vengono sempre più messe in discussione, sia in patria che all’estero.

Trump e i suoi collaboratori non hanno mai nascosto la sua convinzione di essere invincibile e la sua volontà di usare tutta la potenza americana per perseguire vantaggi economici, geopolitici e interni. Le sue politiche sono un’estensione di un “brand” personale costruito sullo scontro e sull’escalation dei conflitti.

Ma una situazione internazionale sempre più caotica e le crescenti tensioni interne agli States indicano che il metodo dell’escalation e della coercizione non funzionano e mondo verso una china sempre più pericolosa. La prova definitiva è proprio la guerra in Iran.

Il suo istinto (beluino) spiega la decisione di attaccare l’Iran con una azione che tutti i precedenti presidenti americani – sia Repubblicani che Democratici – hanno evitato, ma il rifiuto di Teheran di cedere alle richieste di Trump sta rivelando i limiti del potere americano, e anche quelli del Presidente.

A questo punto The Donald si trova a un bivio: o intensificare il conflitto per cercare di costringere l’Iran ad accettare le sue richieste, anche se ciò potrebbe aumentare le perdite umane statunitensi e innescare enormi ripercussioni economiche globali , oppure proclamare la vittoria e ritirarsi, ma il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz e il mantenimento delle sue riserve di uranio arricchito lo smentirebbero.

Per sfuggire alla trappola, Trump ha scelto la strada della potenza militare americana con il suo rifiuto di cedere terreno a un nemico che si difende bloccando lo stretto di Hormuz, quindi prva a strangolare l’economia (e la società) iraniana con il suo blocco navale allo stretto, cui pechino sta già rispondendo a muso duro.

Ma oltre alla Cina qui cominciano davvero le sue difficoltà.

Già non è riuscito a coinvolgere gli alleati NATO costringere  a entrare in una guerra a cui si opponevano e di cui non erano stati informati in anticipo.

Persino le sue minacce di abbandonare l’Alleanza non hanno convinto le nazioni aderenti a rinunciare a quelli che considerano i propri interessi, privando  gli Stati Uniti di un sostegno su cui, spesso, avevano contato in passato.

La sua brutalità può anche funzionare ricorrendo alla guerra tariffaria contro i partner commerciali degli Stati Uniti. Ma la Cina – una superpotenza economica – ha reagito minacciando di interrompere l’export delle sue “terre rare” anche per l’economia americana. E ora si oppone apertamente sfidandolo sul blocco dello Stretto

L’Iran, da parte sua, ha imparato che gli Stati Uniti sono vulnerabili agli shock dell’economia globale e sta facendo di tutto per tenerli in ostaggio con la chiusura di Hormuz.

Ma la sensazione che parte del potere di Trump stia vacillando va oltre la crisi iraniana.

L’opinione pubblica americana – ad esempio – lo ha costretto a fare marcia indietro sul suo programma di deportazioni di massa di immigrati. Inoltre sono falliti i suoi tentativi di usare la legge per punire i suoi nemici politici – come nel caso del licenziamento del Procuratore generale Pam Bondi – dimostrando che almeno alcuni limiti costituzionali lo tengono ancora sotto controllo.

Persino l’americano Papa Leone XIV ha irritato The Donald con la sua ferma opposizione alla guerra dichiarando chiaramente “non ho paura dell’amministrazione Trump” affermazione che ha trovato il sostegno anche dell’Episcopato americano storicamente Conservatore.

Trump non ha mai nascosto la sua convinzione di disporre di un potere indiscusso. “Ho il diritto di fare tutto ciò che voglio. Sono il presidente degli Stati Uniti”, dichiarava nell’agosto dello scorso . Mentre quest’anno ha dichiarato al New Yirk Times, che l’unico limite alle sue azioni all’estero è “la mia moralità” tutta da verificare considerando anche i suoi interessi finanziari personali.

Tale convinzione si riflette nel suo rifiuto di consultare il Congresso o di preparare il Paese prima di scatenare una guerra che dura ormai da sei settimane.

Anche i suoi stessi più stretti collaboratori alla domanda sulle prossime mosse del Presidente in Iran rispondono “solo il Presidente… sa cosa farà” dimostrando che non esiste una condivisione di poteri.

Le tattiche brutali di Trump sembravano funzionare all’inizio della sua carriera presidenziale, quando ha trasformato il Partito Repubblicano in uno strumento della sua volontà, restio a frenare i suoi impulsi più sfrenati, nonostante il crollo dei suoi indici di gradimento certificati da tutti i sondaggi.

Il rapimento di Maduro e l’asservimento del Venezuela con la scusa della guerra al narcotraffico gli hanno apparentemente garantito il dominio sull’emisfero Occidentale – secondo la dottrina Monroe – consentendogli di usare la sua influenza politica per aiutare leader affini a vincere le elezioni in Argentina e Honduras.

Ma in Europa la caduta di Orban – suo fedele sino all’ultimo- ha inflitto un grave colpo alla sua credibilità, mentre tutti i sondaggi nel Continente indicano chiaramente che i cittadini europei cominciano a considerare Trump “un alleato pericoloso”.

La fortuna di Trump si sta quindi avvicinando alla fine?

La guerra in Iran è iniziata con una dimostrazione di distruzione simile a quella vista in altri conflitti americani nel XX e XXI secolo, ma ben presto ha messo in luce la lezione storica secondo la quale una enorme potenza aerea non può da sola garantire vittorie inequivocabili o un cambio di regime.

E’ evidente che i leader iraniani sono impegnati in una lotta esistenziale e resistono nella convinzione che Trump non abbia la forza politica necessaria per eluderel’aumento dei costi prodotti energetici e per una conseguente impennata dell’Inflazione nell’anno di elezioni di medio termine in America.

La convinzione di Trump di godere di un potere illimitato non trova inoltre fondamento nella Costituzione americana e l’inevitabile storico declino dei consensi al Presidente in carica nei secondi mandati presidenziali, potrebbe indebolirlo ulteriormente, proprio mentre l’Iran sta sfidando la sua aura di uomo forte a livello internazionale.

Ed è a questo punto che sorge un quesito non tanto sulla sua sanità mentale – come in molti cominciano ad adombrare – quanto sulle imprevedibili reazioni di un Presidente messo alle corde. La storia dimostra che le lotte per il mantenimento del potere spesso portano a scelte devastanti e incuranti delle conseguenze per i popoli.

Il che vale anche per il Regime iraniano che comunque può sempre dimostrare che sta solo difendendo l’integrità e l’autonomia del proprio paese, Mentre Trump e Netanyahu sono gli aggressori.

Cosa può offrire invece oggi il Tycoon al popolo americano? Un altro conflitto come Vietnam, Afghanistan o Iraq o addirittura un conflitto mondiale?

Non sarà certamente l’esito delle elezioni di medio termine a chiarire le sue intenzioni o i suoi conati apparentemente paranoici, ma probabilmente saranno le prossime settimane.

L’animale in gabbia è sempre molto pericoloso a meno che altre grandi potenze come la Cina non gli taglino gli artigli, ma l’Europa non è fra queste.

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