La guerra di Putin

L’Opinione-Quando il silenzio sarebbe strategia: la nuova perla bellica del Cavo Dragone

 

di Riccardo Bizzarri (*)

C’è un momento, nella vita dei grandi apparati politico-militari, in cui ci si aspetterebbe prudenza, misura, qualche giro di parole in più e magari perfino una virgola ben ponderata. Non è questo quel momento. A spezzare la quiete apparente arriva infatti l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che nel corso di un’intervista al Financial Times ha lanciato nell’etere l’idea che la NATO stia valutando un “attacco preventivo” contro la Russia. Con l’aggiunta, per non farci mancare nulla, che un attacco del genere “potrebbe essere considerato difensivo”. Una frase così riesce nell’impresa di far sbiancare allo stesso tempo giuristi, diplomatici e persino le pareti della Farnesina. Perché se il mondo della comunicazione insegna che il come conta quanto il cosa, qui siamo ben oltre la gaffe: siamo nel territorio inesplorato del paradosso bellico con sorriso serafico.

È come se dicesse: “Sì, stiamo pensando di sparare per primi… ma tranquilli, è per difenderci”. Roba da far andar fuori di testa i formalisti del diritto internazionale, e magari prendere un’altra sedia per sorseggiare il tè mentre si scrollano le spalle. Perché il punto non è la strategia militare, che ha le sue logiche e i suoi tavoli tecnici. Il punto è il megafono. L’uso del megafono. E, soprattutto, il non uso del megafono quando sarebbe auspicabile respirare profondamente e contare fino a diecimila.

L’intervista dell’ammiraglio, concessa al Financial Times, non è passata inosservata: la controparte russa ha subito ringraziato per l’Idea del Secolo e definito quelle parole “un passo estremamente irresponsabile”. Insomma: c’è chi chiama la cosa escalation, e chi la chiama, perdonate il francesismo, “una mossa da quattro di picche con tanto di fiasco da ballo”. Se stavi cercando di dipingere la NATO come la grande garante della pace, meglio ricontrollare i colori nella tavolozza e magari scartare almeno il nero del sarcasmo. Sì, perché in un mondo “normale” di mediazione e diplomazia, a “momenti delicati” magari si sta zitti, o si cerca un linguaggio un filo meno da capitano di vascello in rotta verso la bufera. Invece no: “Attacchiamo prima, giusto per essere sicuri”.

Effetto collaterale: destabilizzazione, tensioni, rischio di reazioni a catena, insulti incrociati. Ma niente paura è tutto “difensivo”.

C’è gente che occupa “posti alti”. C’è gente che dovrebbe immaginare scenari, pesare conseguenze, valutare il contesto. E poi c’è chi, da un microfono, spara frasi che sembrano uscite da un videogioco bellico.

Dicono che “in guerra servono decisioni rapide”, che “essere proattivi è meglio che reattivi”. Forse. Ma un conto è essere proattivi un conto è essere “auto-innescanti pro-guerra per fare la voce grossa”. E la differenza, fidatevi, si vede.

In conclusione Caro Cavo: quando i giochi sono delicati, le teste vanno tenute fredde. Non si tratta di “essere forti”, ma di essere saggi. Perché un missile preventivo, anche solo “a scopo difensivo”, non distingue tra buoni e cattivi: colpisce e basta. se la parola può essere un’arma, l’assenza di parola può essere un accordo di pace non dichiarato. E non sarebbe ora che qualcuno, lì in alto, iniziasse a considerare l’ipotesi? Sarebbe opportuno, ogni tanto, ricordare agli “alti papaveri” che il silenzio non è debolezza. È strategia.

(*) Giornalista

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