Esteri

L’ultima di Peter Thiel: un tribunale online per schedare (e minacciare) i giornalisti critici

Si chiama Objection: basta pagare perché ex agenti Cia o Nsa mettano sotto scrutinio il giornalista, che non può avere fonti riservate.

 

di Alessio Mannino (*)

 

Sembra un giocattolo per spillar quattrini a ricchi allergici alla libertà di stampa, e lo è. Ma è anche qualcosa in più, il sistema d’intelligenza artificiale lanciato dalla startup Objection il 15 aprile scorso grazie ai fondi di Peter Thiel, fondatore di Palantir, e dell’imprenditore malesiano Balaji Srinivasan.

 

A capo dell’iniziativa è l’australiano Aron D’Souza (presidente di Enhanced Games, le “Olimpiadi dei dopati”, una competizione con l’obbiettivo esplicito di rendere legittimo e ufficiale l’uso, illegale e ufficioso, che gli atleti fanno di farmaci per avere prestazioni da superuomini). Ma soprattutto, si tratta dell’ex stratega del team di avvocati che nel 2016 eliminò dal mercato statunitense la rete di blog Gawker Media, costretta a dichiarare fallimento per una causa da 140 milioni vinta da Hulk Hogan e finanziata, guarda caso, da Thiel.

 

D’Souza ha già insomma qualche esperienza in fatto di liti giudiziarie contro le voci critiche. Ora vuole metterle a profitto con un software, da lui definito come un “processo in 72 ore” ai danni del giornalista di turno che non offra sufficienti garanzie di accountability, ossia di credibilità. In realtà, una trovata tecnologicamente avanzata per infliggere un’ennesima mazzata alla già malridotta fiducia dell’opinione pubblica verso la categoria dei giornalisti, in particolare quei pochi che possono cimentarsi in quel genere costoso e pericoloso che è il giornalismo investigativo.

 

Ex spie e algoritmi anti-inchieste

Il programma di Objection funziona così: il cliente paga da un minimo di 2 mila a un massimo di 10 mila dollari per caricare l’articolo o il servizio che non gradisce, aggiunge le proprie obiezioni, dopodiché una squadra di “investigatori” (dietro cui si celano, si dice, ex agenti Cia, Fbi e Nsa, strutture con cui Palantir, fra parentesi, è legata a filo doppio) raccoglie ulteriori elementi, e infine il tutto confluisce in un panel di modelli algoritmici di OpenaAI, xAI, Google, Anthropic e Mistral che eseguono il fact checking finale. Il risultato finale arriva dopo tre giorni, e produce il cosiddetto Honor Index, un verdetto a punti sull’affidabilità dell’autore sott’accusa. Si dirà: ok, è una pensata per soggetti che siano abbastanza facoltosi da poter sborsare qualche migliaio di verdoni così da fare le contro-pulci a chi abbia sfornato qualche pezzo scomodo ai propri interessi. Vero, ma con una specifica importante: ad azzoppare a priori il lavoro del giornalista è l’istruzione di base data agli algoritmi, vale a dire la penalizzazione delle fonti riservate. Com’è noto, le inchieste che vanno più in profondità e suscitano le ire dei potenti si avvalgono di testimonianze anonime, i whistleblower, persone che si accollano il rischio di segnalare illeciti, raggiri e porcate varie e che perciò, per legge, sono tutelate dal segreto giornalistico (anche in Italia, dove solo il giudice può chiederne di rivelarne l’identità, per lo meno ai giornalisti iscritti all’albo professionisti, mentre i pubblicisti, cioè la maggioranza, sono disarmati).

 

Il nemico: le fonti riservate

Objection, invece, rende il pilastro di un ideale contropotere mediatico un difetto strutturale. D’Souza l’ha messa così: «Proteggere le informazioni di una fonte è un modo fondamentale per raccontare una storia importante, ma c’è un’importante asimmetria di potere in questo», ha detto in un’intervista a TechCrunch, «l’argomento viene trattato, ma poi non c’è modo di criticare la fonte». Singolare, ma nient’affatto sorprendente, questa concezione così candidamente espressa: secondo il protegé di Thiel, chiunque sia dotato di adeguate risorse economiche per accedere al nuovo servizio di certificazione non gode, poverino, di una posizione asimmetrica di potere, mentre la fonte anonima, che magari rischia di perdere il lavoro o di finire in rovina subissato da cause milionarie, quella invece rappresenterebbe lo strapotere del giornalismo assetato di scoop.

 

D’Souza si è spinto ad auspicare un «metodo scientifico» che, in sostanza, equivarrebbe alla pubblicazione integrale del colloquio-intervista con la fonte, a quel punto non più coperta dall’anonimato. Non solo, ma ha proposto ai giornalisti di firmare un accordo di «protezione» per cui il giornalista lavorerebbe sotto la supervisione dell’intelligenza artificiale di Objection. Cosa che, naturalmente, non sarebbe un tentativo di mettere a tacere gli informatori, bensì di «verificare i fatti». Conclusione, lapidaria: «La saggezza della folla (wisdom of the crowd) unita al potere della tecnologia» è in grado di «creare nuovi metodi per dire la verità».

 

Distopia attivata

Se si volesse commentare seriamente, si dovrebbero far presente, all’alfiere del doping impancatosi a reinventore del “quarto potere”, giusto due cosette. La prima: la vox populi, che lui chiama saggezza popolare e che poi altro non è che il senso comune, è validissima quando si parla di abitudini pratiche, ma è anche, come scriveva Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi, il riflesso di pregiudizi e incrostazioni mentali, i famosi bias cognitivi che non casualmente nutrono la logica di conferma, ossessiva e ripetitiva, tipica degli algoritmi. Quella che per tecno-capitalisti come questo D’Souza è positiva utopia, in realtà è distopia bella e buona, purtroppo già attiva e operante. Ma Manzoni ormai non si vuole più leggerlo nemmeno in Italia, figuriamoci se lo conoscono in quella landa di nerd supponenti che è la Silicon Valley.

 

Secondo: è chiaro come il sole che un artefatto del genere è concepito a scopo intimidatorio per delegittimare, letteralmente alla fonte, quel poco di inchieste fatte come dio comanda che qualche temerario cerca nonostante tutto di proporre a un pubblico sempre più distratto e tribalizzato. L’inchiesta, come formato, costa molto, anzitutto in termini di tempo e quindi di sostenibilità economica, e non secondariamente di rischio in sede legale, per far fronte a richieste di risarcimento danni con cifre, a volte, semplicemente pazzesche.

 

Invito alla delazione

E tuttavia l’inchiesta resta l’ultimo, residuale modo con cui i giornalisti, spesso associati in cordate internazionali con il supporto del crowdfunding, possono realmente dare fastidio, poiché è solo indagando che si rendono noti dei fatti che fino a quel momento erano ignoti. Tutto il resto è cronaca d’agenzia, opinione e analisi. Tutte componenti essenziali, ma che scontano l’handicap di finire sommerse nel dispersivo oceano digitale, le cui correnti sono regolate ovviamente da loro, gli onnipresenti algoritmi. Ma forse è inutile speculare troppo, su personaggi come Thiel e sue annesse creature. Non perché la faccenda non sia grave, anzi: è gravissima. Ma non è seria. È talmente sfacciata, spudorata e in malafede la volontà di screditare ciò che di buono sopravvive in un giornalismo in larga misura asservito e mediocre, che verrebbe da replicare, a questo mini-Thiel dal cognome impronunciabile, esclusivamente con un sonoro fuck you. Ma non ne vale la pena: il suo tribunale online per irritati seriali avrà comunque valore legale zero. Serve solo a confondere le acque, montare l’odio per i rimanenti giornalisti liberi, incitare a una sorta di pubblica delazione per schedarli e, già che ci siamo, facendo pagare a chi ha il prurito da diffamazione facile i lavoretti di spionaggio computazionale eseguiti dall’arcimilionesima startup ideata da tecno-libertari che tecno, lo sono di sicuro, ma libertari lo sono come si può esserlo all’americana: solo se sei sufficientemente gonfio di dollari.

(*) InsideOver

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