di Fausto Sobrini
Questo è un libro decisamente originale e innovativo. Si tratta, infatti, di un romanzo storico con cadenze da thriller ambientato nell’antichità classica e rappresenta una sfida rischiosa per gli autori impegnati a conciliare la moderna struttura della detective story con l’arcaica cornice della Roma al tempo di Giulio Cesare. Scritto a quattro mani da Antonello Baranta e Gabriele Peruzzi la trama si sviluppa sulle indagini del prefetto Yrio su quello che rimane il più famoso delitto politico della storia antica. Gli autori riescono a calibrare, nella giusta misura, un personaggio complesso, flemmatico quanto passionale e inflessibile con chi tenta di ostacolarlo. Profondo ammiratore della cultura greca e accanito divoratore di libri, Yrio ha una brillante logica investigativa. Nel corso delle sue indagini si scopre un mondo variegato che offre pennellate corrosive sui costumi spregiudicati dell’antica Roma e sembra che riprendono vita gli affreschi licenziosi riemersi alla luce delle rovine sepolte di Pompei ed Ercolano. Attraverso scorci, solo in apparenza minimalisti si colgono le prime avvisaglie dell’irreversibile decadenza di una società malata. Sarà poi il cristianesimo, un secolo, dopo, a diventare un propellente di una situazione epocale destinata a sostituire l’esausta civiltà pagana con nuove energie rigeneratrici. Questo romanzo ci immerge in una dimensione quasi surreale leggendo il passato quasi fosse una vicenda con emozioni dell’oggi che stiamo vivendo. Si potrebbero fare molte analogie con i fatti dell’era moderna ma questa è una piacevole sorpresa che ogni lettore svilupperà in base alla propria sensibilità. Insomma questo è un libro che si stacca completamente dalla routine moderna dell’editoria per immergersi in una dimensione narrativa completamente nuova.
